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TRA VIGNA E MERCATO

Vendemmia 2026, ancora tagli di resa. Dopo Toscana, Piemonte e Veneto, anche Marche e Abruzzo

Tanti territori riducono la produzione per riequilibrare domanda e offerta. Mentre c’è chi pensa a misure più strutturali, come la Maremma Toscana
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Vendemmia 2026 sempre più territori tagliano le rese come l’Abruzzo (ph: Andrea Straccini)

Mentre la vendemmia 2026 è iniziata in diversi territori d’Italia, dalla Sicilia all’Oltrepò Pavese, dalla Franciacorta all’Alta Langa, o sta per farlo in altri, come in Trentino, con le uve destinate agli spumanti Trentodoc, con il raccolto che arriva in cantine che si svuotano a fatica del vino delle scorse annate, continuano ad arrivare notizie di consorzi e denominazioni che lavorano per limitare la produzione e riallinearla il più possibile alla domanda effettiva del mercato, in modo tale da tutelare valori e redditività. Tra chi taglia le rese, chi ricorre allo stoccaggio, passando per chi ritiene, invece, che servano misure più strutturali che contingenti. E se già ad inizio luglio avevamo fatto una panoramica delle misure prese da denominazioni e consorzi come Valpolicella, Doc delle Venezie, Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani (per Langhe Nebbiolo e Barbera d’Alba, senza nessun taglio per Barolo e Barbaresco), Soave e Toscana (dal Consorzio del Brunello di Montalcino a quello del Chianti Classico, da quello della Toscana Igt a quello del Chianti, con la Regione che, proprio in queste ore, ha accolto le diverse richieste che avevamo riportato qui), anche nelle Marche e in Abruzzo si è presa la strada delle minor produzione.
L’Istituto Marchigiano Tutela Vini (Imt), guidato da Michele Bernetti e Alberto Mazzoni, in particolare, punta al riequilibrio per la Doc Verdicchio dei Castelli di Jesi, architrave del vino marchigiano con una produzione di 90.000 ettolitri imbottigliati all’anno, per 1.900 ettari che toccano 25 comuni. Con l’Imt che ha chiesto alla Regione Marche la proroga delle limitazioni delle rese a 110 quintali per ettaro - anziché 140 quintali da Disciplinare - e il bloccaggio (sino al 30 giugno 2027 e per un massimo di 21 quintali) delle uve prodotte oltre la soglia stabilita. “Il quadro del comparto richiede particolare attenzione sia a livello nazionale che regionale - ha detto il presidente Imt, Michele Bernetti - per questo siamo particolarmente soddisfatti per le scelte di responsabilità operate dall’assemblea. L’obiettivo è contenere un livello delle giacenze cresciuto molto anche dopo la ricca vendemmia 2025, e contestualmente puntare ad una corretta dinamica dei prezzi e alla salvaguardia - a tutti i livelli - della filiera. Siamo consapevoli di avere un vino contemporaneo, di qualità e in grado di competere sui mercati nazionali e internazionali; in questo senso accogliamo con favore il recente ingresso di nuovi operatori sul nostro territorio”. Per il direttore Imt, Alberto Mazzoni, “il Verdicchio dei Castelli di Jesi rappresenta una parte importante del valore delle nostre denominazioni e alcuni indicatori commerciali rilevano, comunque, una sostanziale tenuta, con l’imbottigliato nel primo semestre a +2,7% e un calo contenuto nel retail nazionale. Il nostro compito sarà, perciò, orientato su due livelli: il primo su contenimento e riequilibrio, anche con misure di carattere strutturale; il secondo sulla necessità di attivare una campagna di promozione unitaria e continuativa dei vini marchigiani, da sviluppare su un arco temporale non inferiore a quattro anni”. Ma l’Istituto ha invitato le singole denominazioni consortili (16 quelle tutelate da Imt) “a valutare con attenzione - attraverso la convocazione di assemblee separate - le misure da intraprendere per limitare l’attuale livello di giacenze”.
La via scelta dalle Marche per il Verdicchio dei Castelli di Jesi, in ogni caso, è la stessa che ha deliberato di percorrere, ottenendo già il “placet” dalla Regione Abruzzo, anche il Consorzio Vini d’Abruzzo, guidato da Alessandro Nicodemi. In particolare, la delibera stabilisce la riduzione della resa massima da destinare alla produzione di Montepulciano d’Abruzzo Doc, che passa da 150 a 135 quintali per ettari, di cui 25 costituiscono la riserva vendemmiale e, quindi, si ritengono in bloccaggio fino al 30 giugno 2028. Mentre per il Pecorino Igt Terre d’Abruzzo/Terre Abruzzesi, per la vendemmia 2026, la delibera dispone la rivendicazione massima a 140 quintali per ettaro, ed il bloccaggio della produzione eccedente, compresa tra 140,01 e 220 quintali per ettaro, che sarà posta in stoccaggio fino al 30 settembre 2027, salvo eventuale proroga richiesta dal Consorzio. Ma a settembre, in un apposito tavolo di filiera, si valuterà anche il blocco triennale delle nuove iscrizioni dei vigneti di Montepulciano d’Abruzzo e Igt Terre d’Abruzzo/Terre Abruzzesi. Scelte che arrivano, anche in questo caso, per equilibrare domanda e offerta, visto che al 31 maggio 2026 risultavano, infatti, ancora presenti in cantina 1.084.336 ettolitri di Montepulciano d’Abruzzo Doc, e 240.000 di Pecorino di varie tipologie, di cui oltre la metà riferiti all’Igp Terre d’Abruzzo. “Le misure adottate si propongono di preservare l’equilibrio del mercato ed evitare una significativa contrazione dei prezzi, in particolare del Montepulciano d’Abruzzo Doc - ha ricordato il presidente del Consorzio Vini d’Abruzzo, Alessandro Nicodemi - che potrebbe compromettere la redditività delle imprese vitivinicole regionali. In questo modo si preserva l’equilibrio del mercato, si tutela il valore del lavoro dei produttori e si consolida il posizionamento dei vini d’Abruzzo sui mercati nazionali e internazionali, evitando che un eccesso di disponibilità possa determinare un calo dei prezzi e compromettere i risultati raggiunti negli ultimi anni”.
Ma se tagli di resa e stoccaggio di parte della produzione sono tra le misure più diffuse, c’è anche chi pensa che servano piuttosto, o anche, interventi strutturali, come spiega il Consorzio dei Vini della Maremma Toscana, guidato da Francesco Mazzei. “In un momento in cui numerose denominazioni italiane stanno valutando o adottando riduzioni delle rese produttive come strumento di gestione dell’offerta, il cda del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana esprime una posizione diversa, fondata sulle peculiarità del territorio e sui dati reali di produzione”, spiega una nota. In cui il Consorzio maremmano sottolinea come, “nella fase attuale del mercato, siano più efficaci misure di carattere strutturale, capaci di intervenire direttamente sul potenziale viticolo e di accompagnare l’evoluzione della domanda, tenendo conto anche del diverso orientamento dei mercati”. Del resto, “ogni territorio ha caratteristiche produttive profondamente diverse e le decisioni devono partire dall’analisi dei dati reali, non da soluzioni valide indistintamente per tutti”, afferma il presidente del Consorzio dei Vini della Maremma Toscana Francesco Mazzei. D’altronde, spiega ancora il Consorzio, in Maremma Toscana le rese effettive di uva/ettaro sono già molto inferiori ai limiti previsti dal Disciplinare. Una loro riduzione, anche significativa sulla carta, non produrrebbe alcun beneficio concreto nella gestione del mercato. “Oggi abbiamo bisogno di strumenti che affrontino le criticità in modo strutturale, intervenendo sul potenziale produttivo e accompagnando l’evoluzione della domanda internazionale. Dobbiamo programmare il futuro della denominazione con una visione di lungo periodo, tenendo conto anche dei cambiamenti nei consumi, che vedono una crescente richiesta di vini bianchi rispetto ai rossi. Servono scelte coraggiose, basate sull’efficacia e non su misure simboliche. Per questo motivo - prosegue Mazzei - riteniamo che sia indispensabile bloccare l’automatismo dell’aumento indistinto dell’1% annuo della superficie vitata concessa mediante le autorizzazioni all’impianto, che ha portato l’Italia ad essere l’unico tra i grandi Paesi produttori europei ad aumentare negli ultimi anni il proprio potenziale viticolo. Possiamo farlo, intanto, per un anno, meglio sarebbe per due. Poi, a nostro avviso, è necessario anche un intervento diretto sul potenziale viticolo che preveda estirpazioni mirate e indirizzate verso le aree meno vocate, effettuate, però, senza intaccare le risorse destinate alla promozione, agli investimenti e all’innovazione, in modo da riequilibrare l’offerta”.
Una posizione, quella del Consorzio dei Vini della Maremma Toscana, che si inserisce in un dibattito apertissimo sul tema (che abbiamo riassunto qui), e sul quale è tornato a riflettere anche lo storico e sociologo Gianni Moriani, ed il cui esito, nelle prossime settimane, sarà determinante per il futuro del vino italiano.

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