02-Planeta_manchette_175x100
Consorzio Collio 2026 (175x100)
MERCATI

Usa e nuovi dazi, per il vino italiano (ed Ue) non cambia nulla. L’analisi Us Wine Trade Alliance

Per Cile, Nuova Zelanda e non solo, aumenti di dazio del +2,5%. Tutto invariato anche per altre eccellenze italiane, come il Parmigiano Reggiano
DAZI, PARMIGIANO REGGIANO, TRUMP, US WINE TRADE ALLIANCE, USA, vino, Mondo
Vino e Parmigiano Reggiano, pilastri dell’export agroalimentare made in Italy in Usa

Con il nuovo regime di dazi in Usa in vigore dal 24 luglio, ora basati sulla “sezione 301”, ovvero sul pretesto del “lavoro forzato”, non più sulla Sezione 122 del “Trade Act” e quindi su presunti deficit economici, per semplificare, non cambia molto per il vino, o per lo meno per quello italiano ed europeo, mentre le tariffe aumentano di qualche punto per altri Paesi. Lo spiega bene una nota della “Us Wine Trade Alliance” che rappresenta i player del commercio del vino Usa. “Questi dazi (quelli basati sulla Sezione 301, ndr) entrano in vigore contestualmente alla scadenza della sovrattassa temporanea del 10% imposta ai sensi della Sezione 122. Per la maggior parte dei vini importati, si tratta quindi di un passaggio dal dazio della Sezione 122, ormai scaduto, al nuovo dazio della Sezione 301, piuttosto che dell’aggiunta di un nuovo dazio a quello già esistente”, sottolinea Uswta. Che fa, dunque, il punto della situazione. Per i vini in arrivo dall’Unione Europea (e, quindi, Italia, Francia, Spagna e non solo), “il vino continuerà ad essere soggetto ad un dazio complessivo del 10%, comprensivo del dazio base già esistente, che generalmente ammonta a pochi centesimi per bottiglia. In termini pratici, l’onere tariffario rimane pressoché invariato”.
Per i vini di Argentina e Canada, “il vino sarà soggetto ad un ulteriore dazio del 10% ai sensi della Sezione 301, oltre al dazio base già esistente, mantenendo quindi un carico tariffario sostanzialmente analogo a quello previsto dalla Sezione 122”. Anche se, ricorda la Us Wine Trade Alliance, il vino canadese rischia un ulteriore dazio del 50%, in relazione al boicottaggio dei vini e dei distillati statunitensi da parte del Canada, oltre ad altre controversie commerciali. Ancora, per altri esportatori in Usa come Australia, Cile, Nuova Zelanda, Sudafrica, Svizzera e non solo, “il vino sarà soggetto ad un ulteriore dazio del 12,5% ai sensi della Sezione 301, oltre al dazio base esistente. Per questi Paesi, l’aliquota aumenta, quindi, di 2,5 punti percentuali sulla sovrattassa della Sezione 122 ormai scaduta”.
Ma, come ormai siamo abituati a vedere da mesi, con Trump e la giustizia americana le certezze sono quanto mai volubili di questi tempi. Infatti, spiega ancora al Uswta, “siamo ora in attesa dei risultati delle distinte indagini della Ustr (il Rappresentante del Commercio Usa) ai sensi della Sezione 301 sull’eccesso strutturale di capacità produttiva e sulla produzione, che ci aspettiamo vengano pubblicati a breve. Tali indagini offriranno un’ulteriore opportunità per sostenere che i dazi sul vino non contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di politica commerciale del Governo e, al contrario, arrecano danno agli importatori, distributori, rivenditori, ristoratori e consumatori statunitensi”, ribadisce al Uswta, che, già nei giorni scorsi, aveva ricordato come il vino importato rappresenti il 60-70% del business enoico negli States, e come sostenuto anche nei giorni scorsi a Washington, nelle consultazioni delle varie associazioni di categoria proprio su dazi legati alla Sezione 301.
“Pur avendo naturalmente auspicato un’esenzione per il vino già in questa fase - e come richiesto anche dalla sponda europea - questo esito era ampiamente previsto. La nostra valutazione è sempre stata che le maggiori possibilità di ottenere esenzioni significative per il vino si presenteranno dopo la conclusione di queste indagini e l’attuazione dell’accordo di Turnberry, quando verranno in larga misura ripristinate le aliquote tariffarie “reciproche” originarie e l’Unione Europea dovrebbe tornare al tavolo negoziale nell’autunno per richiedere ulteriori esenzioni per specifiche categorie di prodotti. Riteniamo che questo negoziato più ampio rappresenti la migliore opportunità per ottenere un trattamento più favorevole per il vino. Sappiamo che il vino costituisce la priorità assoluta dell’Unione Europea”, commenta ancora la Uswta. Le cui parole, dunque, in un quadro di grande incertezza, aprono uno spiraglio ad un miglioramento della situazione. Come peraltro sembrano testimoniare anche i numeri delle esportazioni italiane negli Usa nel 2026, ancora negative rispetto al 2025, ma con un dato, nei primi 4 mesi, di 564,2 milioni di euro, in calo del -15,4% sullo scorso anno, con una riduzione comunque in netto miglioramento rispetto al -35,2% di inizio anno. Questo accade per il vino, in un contesto in cui, con i nuovi dazi, non cambia molto per l’agroalimentare italiano in genere: il dazio sul Parmigiano Reggiano, per esempio, era e resta al 15% (tariffa nonostante la quale il più celebre dei formaggi italiani ha visto crescere comunque le su esportazioni verso gli States, +2,5% nei primi 5 mesi, secondo i dati del Consorzio, guidato da Nicola Bertinelli); resta al 10% anche quello per il Prosciutto di Parma, altra gemma della Food Valley dell’Emilia-Romagna, per guardare ad alcuni dei prodotti italiani più esportati in Usa.

Copyright © 2000/2026


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026

Altri articoli