Sessant’anni dalla nascita della denominazione, ma una storia millenaria che affonda le radici della propria vite nel tufo, fin dal periodo etrusco, greco e romano, ed una tradizione vitivinicola che ha continuato a trasmettersi nei secoli, passando attraverso le vicissitudini della famiglia Aldobrandeschi e, più tardi, degli Orsini. Un territorio che è passato attraverso due guerre mondiali e che nel Novecento si è affermato a livello nazionale grazie al contributo decisivo nel 1954 della Cantina Sociale di Pitigliano, che ha uniformato tecniche di produzione e produttori stessi, migliorando qualità e standard dei vini realizzati. Fino al riconoscimento ufficiale della denominazione di origine controllata per i vini prodotti nella zona, attribuito il 28 marzo 1966. La Doc Bianco di Pitigliano, che conta una produzione annua oggi di 15.000 ettolitri - grazie anche al contributo della stessa Cantina Sociale di Pitigliano, uno dei principali produttori del territorio e soggetto chiave anche nel sistema Doc, che conta 254 soci viticoltori, e che produce anche Sovana Doc (denominazione “cugina” riconosciuta nel 1999 e che produce ogni anno 8.000 ettolitri di vino) - ha recentemente festeggiato il suo sessantesimo compleanno (con un convegno, promosso dal Consorzio di tutela Bianco di Pitigliano e Sovana Doc, dal titolo “60 anni della Doc Bianco di Pitigliano - Un patrimonio millenario che guarda al futuro”, che ha rappresentato un momento di confronto sulle radici, l’identità e le prospettive di una delle denominazioni storiche della Toscana e la sesta, in ordine cronologico, ad essere riconosciuta in Italia, ndr). Non soltanto, dunque, un’occasione celebrativa. Il convegno ha voluto riportare al centro anche la storia umana della denominazione: quella dei produttori, delle aziende e delle generazioni che hanno contribuito a costruirla ed a mantenerla viva nel tempo. Un percorso fatto di intuizioni, scelte coraggiose e talvolta anche di difficoltà, che ha permesso a una realtà vitivinicola di dimensioni contenute di attraversare sei decenni di trasformazioni senza perdere il proprio legame con il territorio. Ed è su questo tema che si è concentrato l’intervento del professor Mario Fregoni, un decano della scienza e della ricerca applicata alla vite, per 50 anni docente e ricercatore in Viticoltura all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ma che è stato anche presidente dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (Oiv), del Comitato Nazionale Vini e non solo, che ha approfondito il concetto di terroir,spiegando come l’unicità di un vino “derivi dall’interazione tra tre elementi fondamentali, varietà viticole, clima e terreno, ai quali si aggiunge il ruolo dell’uomo, capace di incidere per il 20% sul risultato finale”. Partendo da questi presupposti, il professore Fregoni ha indicato proprio il comprensorio di Pitigliano come esempio di straordinaria unicità, sottolineando il valore distintivo della sua origine tufacea e suggerendo di valorizzare ancora di più questo patrimonio identitario, fino ad ipotizzare una denominazione capace di richiamarne l’elemento più caratteristico: la “Roccia Tufacea”.Un messaggio forte, che ha attraversato l’intera giornata di studi e che pone al centro il rapporto inscindibile tra il vino e il territorio che lo genera.
Ma, riflettendo su 60 anni di storia, è emersa anche la volontà condivisa di aprire una nuova fase per la denominazione e per il territorio, fondata sulla qualità, sulla valorizzazione dell’identità locale e sulla collaborazione tra i produttori. Una prospettiva che punta ad accrescere il valore del Bianco di Pitigliano attraverso la sua unicità, rafforzando il legame tra vino, paesaggio, storia e comunità. In quest’area, infatti, come si legge nel fascicolo tecnico della denominazione nel sito del Ministero dell’Agricoltura, esistono testimonianze della coltivazione della vite che risalgono al periodo etrusco, greco e romano, ma è con la dominazione di questi ultimi che si accentuò la tendenza al miglioramento delle tecniche di vinificazione, che rimasero insuperate fino al Medioevo. Poi la tradizione vitivinicola del territorio di Pitigliano e di Sorano ha continuato a trasmettersi nei secoli, passando attraverso le vicissitudini della famiglia Aldobrandeschi e, più tardi, con la scissione di questa famiglia nei due rami di Sovana e Santa Fiora, con quelle degli Orsini, fino alla lunga guerra che questi ingaggiarono con Siena conclusasi, nel 1410, con l’annessione definitiva di Sovana ai domini di Siena, e il conseguente spopolamento di Sovana a favore delle vicine Pitigliano e Sorano. Nel periodo storico successivo, caratterizzato da due eventi bellici e da un ventennio di dittatura politica, la situazione viticola della zona di Pitigliano e di Sorano ha vissuto una fase di immobilismo, ma, a metà Novecento, anche grazie alle iniziative di molti proprietari terrieri, c’è stata una fase di rinascita. Seppur confusa, tanto che fondamentale è stato l’apporto della Cantina Sociale di Pitigliano il cui scopo fu proprio raccogliere e trasformare la produzione viticola del comprensorio circostante con il fine di presentare sul mercato vini uniformi, di tipo costante, migliorati nella qualità e standardizzati nella presentazione. Più tardi, anche alcune pubblicazioni scientifiche del settore, occupandosi dei vini ottenuti su questo territorio, apportarono un contributo importante alla loro valorizzazione (per esempio, “Vini tipici e Pregiati d’Italia” di R.Capone, edito nel 1963, illustra proprio le caratteristiche dei vini di Pitigliano). Furono questi i presupposti che portarono alla consapevolezza che il territorio della Maremma sud-orientale poteva aspirare al riconoscimento della denominazione di origine controllata per i vini prodotti nella zona, riconoscimento che verrà attribuito nel 1966 per il vino Bianco di Pitigliano incentrato, per lo più, sulle uve dei vitigni Trebbiano toscano (localmente detto Procanico), Greco, Grechetto, Malvasia bianca lunga e Verdello, al quale si sono aggiunte, quasi 25 anni dopo, le versioni Superiore e Spumante. Infine, con la modifica del disciplinare intervenuta a novembre 2011, è stata inserita la tipologia tradizionale Vin Santo, con la contestuale semplificazione della base ampelografica produttiva, basata sempre sul Trebbiano toscano, ma con uno spazio più ampio per i vitigni complementari, tra i quali sono stati inseriti Ansonica e Viognier.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026