Mentre l’Unione Europea discute una riforma che potrebbe ridurre molto i controlli sui pesticidi, un nuovo studio scientifico, intitolato “Avvelenamenti acuti non intenzionali da pesticidi nel mondo: una rivalutazione del peso sanitario in ambito occupazionale e non occupazionale”, condotto dal ricercatore indipendente di Essen Wolfgang Bödeker, e recentemente pubblicato sulla rivista “Frontiers in Public Health”, riporta al centro del dibattito il costo umano dell’agricoltura chimica intensiva: ogni anno nel mondo si registrano tra 402 e 433 milioni di casi di avvelenamento acuto non intenzionale da pesticidi e 11.000 decessi, con il 46% degli agricoltori nel mondo che, sempre ogni anno, subisce un avvelenamento da pesticidi.
Dati che rafforzano le preoccupazioni di ambientalisti e scienziati proprio mentre Parlamento e Consiglio Europeo stanno esaminando il “Food and Feed Safety Simplification Omnibus”, il pacchetto legislativo presentato dalla Commissione Europea nel dicembre 2025 come misura di semplificazione normativa, ma considerato da molti un passo indietro nella tutela della salute, della biodiversità e dell’ambiente. Greenpeace, la Lipu e Wwf Italia denunciano la proposta sostenendo che introdurrebbe modifiche profonde al sistema europeo di autorizzazione dei pesticidi.
Tra i cambiamenti più contestati c’è l’approvazione illimitata come regola generale: oggi le sostanze attive vengono autorizzate per periodi di 10-15 anni e successivamente rivalutate, mentre con l’Omnibus verrebbe meno il principio della revisione periodica. Secondo un’analisi di Pesticide Action Network Europe (Pan Europe), la rete europea di organizzazioni non governative che mira a ridurre l’uso dei pesticidi e promuovere alternative sostenibili in agricoltura, dal 1 gennaio 2027 ben 49 pesticidi sintetici potrebbero ottenere automaticamente un’autorizzazione senza scadenza, compresi glifosato, acetamiprid e alcuni pesticidi Pfas, prodotti fitosanitari contenenti sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, composti molto persistenti nell’ambiente e associati a potenziali rischi per salute ed ecosistemi.
Le associazioni contestano, inoltre, il limite imposto alle autorità nazionali nell’utilizzo della letteratura scientifica più recente, che sarebbero vincolate a valutazioni europee anche molto datate, con il rischio di escludere studi peer-reviewed più aggiornati. La proposta prevede anche periodi di tolleranza più lunghi per le sostanze vietate, consentendo a pesticidi banditi per rischi sanitari o ambientali di restare sul mercato fino a tre anni aggiuntivi, un ampliamento delle deroghe che potrebbe favorire l’uso di sostanze nocive come gli interferenti endocrini anche in assenza di gravi emergenze fitosanitarie, una definizione giudicata ambigua di “biocontrollo”, che potrebbe includere sostanze sintetiche dannose come i piretroidi (una classe di insetticidi sintetici derivati dalle piretrine naturali presenti nei fiori di crisantemo, ndr), e una maggiore apertura all’impiego dei droni per l’irrorazione, aumentando il rischio di dispersione dei pesticidi oltre le aree interessate dai trattamenti.
Secondo Greenpeace, Lipu e Wwf Italia, il percorso intrapreso dalle istituzioni europee rappresenta una netta inversione di marcia rispetto agli obiettivi del regolamento “Sustainable Use Regulation (Sur)”, che prevedeva il dimezzamento dell’uso dei prodotti fitosanitari entro il 2030 e che è stato ritirato dalla Commissione Europea nel febbraio 2024 dopo le proteste dei trattori. Le associazioni sostengono che tali mobilitazioni siano state strumentalizzate dalle lobby agricole e ricordano come, nell’audizione congiunta delle Commissioni per l’Ambiente, la Sanità pubblica e la Sicurezza alimentare del Parlamento Europeo (Envi) e per l’Agricoltura e lo Sviluppo rurale del Parlamento Europeo (Agri) del 2 settembre 2026, abbia prevalso la tesi secondo cui gli agricoltori avrebbero bisogno di un accesso costante ai pesticidi tossici per garantire i raccolti. Una posizione che gli ambientalisti ribaltano, osservando come sia proprio l’uso intensivo di questi prodotti a favorire la resistenza dei parassiti, aggravando il problema che si intende risolvere. Critiche sono state rivolte anche alla scarsa presenza di scienziati indipendenti nel confronto, dominato da rappresentanti del settore agricolo intensivo.
Il dibattito europeo si intreccia, inoltre, con la crescente spinta verso modelli produttivi alternativi. Nelle scorse settimane FederBio, Legambiente e Slow Food Italia hanno rinnovato la loro alleanza in nome dell’agroecologia, sostenendo che le sfide poste dalla crisi climatica, dalla perdita di fertilità dei suoli e dal declino della biodiversità richiedano un profondo cambio di paradigma. Le tre organizzazioni hanno indicato rotazioni colturali, sovesci, tutela degli impollinatori, infrastrutture verdi e l’eliminazione dei fertilizzanti e dei pesticidi di sintesi come strumenti fondamentali per rendere l’agricoltura più resiliente e sostenibile, ed hanno chiesto un riallineamento delle politiche agricole europee agli obiettivi delle strategie “Farm to Fork” (dal produttore al consumatore, la strategia dell’Unione Europea che punta a rendere il sistema alimentare più sostenibile, sano e rispettoso dell’ambiente, ndr) e “Biodiversity” 2030 (il piano dell’Unione Europea volto a proteggere e ripristinare la natura entro il 2030, ndr), evitando misure che incentivino l’uso dei pesticidi come quelle contenute nel pacchetto Omnibus.
Per questo Greenpeace, Lipu e Wwf Italia invitano i cittadini europei a mobilitarsi e a sostenere la petizione contro la proposta, chiedendo ai decisori europei di respingere la riforma e rafforzare le protezioni per la salute umana, la biodiversità e il sistema alimentare. Una battaglia che, alla luce delle nuove evidenze scientifiche sugli avvelenamenti da pesticidi, appare destinata a diventare uno dei temi più divisivi del futuro dell’agricoltura europea.
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