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IL LUTTO

Addio a Gianluigi Morini, pioniere della ristorazione d’autore con il San Domenico di Imola

Fondatore nel 1970 dello storico ristorante, oggi due stelle Michelin, uno dei primi pensati per fa conoscere al mondo la grande cucina italiana

La cultura della cucina italiana perde uno dei suoi grandi: ci ha lasciato Gianluigi Morini, fondatore del celeberrimo ristorante San Domenico di Imola, nel marzo del 1970, uno dei primi ristoranti pensati per far conoscere al mondo intero la grande cucina italiana: la sua eccellenza, la sua voluttà, il suo calore e la sua spontaneità naturalmente elegante. Un ristorante che Morini ha voluto indimenticabile con un’accoglienza raffinata e calorosa, un’atmosfera fuori dal tempo tra opere d’arte, argenti e ceramiche rare, una cantina infinita e una brigata d’eccezione. Il cuore del San Domenico, Morini lo voleva fatto da persone fuori dal comune, animate da valori forti: Nino Bergese, “il re dei cuochi, il cuoco dei re” (per anni a servizio della nobiltà italiana e dei Savoia, suggerito a Morini dall’amico Luigi Veronelli, ndr), Valentino Marcattilii, allievo instancabile, chef intuitivo poi formato anche in Francia a New York, al fianco del fratello Natale Marcattilii, caposala fin dai primi tempi e complice di sempre; fino a Massimiliano Mascia, oggi alla guida del ristorante.
“Con Morini nasce il ristorante che siamo onorati di portare avanti da 50 anni preservandone l’identità, lo spirito di avanguardia e il sogno di un luogo di condivisione e grande calore, quello di una famiglia che lui stesso ha voluto creare. Era e rimane un amico fraterno”, sono le parole con cui lo omaggiano Natale, Valentino, Massimiliano, Giacomo e tutti i ragazzi del San Domenico.
In un ultimo saluto al fondatore del ristorante che è “una delle grandi tavole dello Stivale che negli anni (dal 1970 per l’esattezza!) ha mantenuto il focus su quattro assi cardinali che lo contraddistinguono: tradizione, memoria, ricerca e inventiva”, come lo descrive ancora oggi la Guida Michelin, che sottolinea come “la filosofia di questo tempio dell’alta cucina italiana, per quanto possa apparire innovativa, ruota da quasi cinquant’anni attorno al territorio e sul reperimento di materie prime di grande qualità; si va dal pescato dell’Adriatico alle straordinarie carni di razza romagnola. Il suo ricco menu diventa, dunque, testimonianza concreta di come le grandi ricette siano atemporali, evergreen che non smettono mai di stupire. Basti pensare al celebre Uovo a 65° in Raviolo San Domenico con burro di malga, parmigiano dolce e tartufo bianco: uno tra i piatti più imitati al mondo tanto da essere marchio registrato”.

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