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AMPELOGRAFIA E STORIA

Bing, gli autoctoni di oggi e... quelli di domani: a spasso nella storia della viticoltura d’Italia

Economia, cultura, clima: come cambia il panorama del vino italiano. Ian D’Agata: “ogni vitigno ha la sua storia, non esistono vitigni scarsi”
BAROLO, BING, COLLISIONI, IAN D'AGATA, Italia
Ian D’Agata a Barolo

La grandezza ed il successo del vino italiano nel mondo è legato, principalmente, ad una manciata di vitigni: Sangiovese, Nebbiolo, Nero d’Avola, Montepulciano, Verdicchio, Vermentino, Glera. Tutti, rigorosamente, autoctoni. Eppure, non sono che la punta ben visibile di un iceberg gigantesco, fatto di oltre 500 varietà ammesse e coltivate in Italia. Un patrimonio di biodiversità tutt’altro che simbolico, perché se è vero che per la maggior parte dei casi si parla ancora di fenomeni economicamente marginali, la storia insegna che il successo, o l’insuccesso, di un vitigno, nasce da una variabile enorme di fattori: ambientali, sociali, economici ed ovviamente climatici. Ecco perché varietà come il Pelaverga, la Freisa, la Nascetta, solo per citarne qualcuna, potrebbero rivelarsi, per un motivo o per un altro, i campioni della viticoltura del futuro. Una ricchezza ampelografica tutta da difendere, di scena a “BING - Best Italian Native Grapes and Wines, la rassegna firmata Ian D’Agata e Collisioni, oggi e domani a Barolo, con quasi 100 produttori che agli autoctoni hanno dedicato buona parte del proprio lavoro, che si traduce in vini unici, testimonianza tangibile, e godibile, della diversità enoica del Belpaese.
Del resto, come racconta a WineNews Ian D’Agata, che agli autoctoni del Belpaese ha dedicato un appuntamento annuale, firmato con il Progetto Vino di Collisioni, “Indigena”, che, dal 9 all’11 maggio, metterà al centro “Uve e Terroir”, “ogni vitigno ha la sua storia, non esistono vitigni scarsi, sicuramente c’è qualche vitigno autoctono che dà vino meno buoni di altri, però dobbiamo sempre ricordarci che la maggior parte dei vitigni autoctoni non sono stati ancora studiati approfonditamente. Lo stesso Sangiovese ha vissuto il suo primo momento di studio importante con il progetto “Chianti Classico 2000” (nel 1987, ndr), ed oggi ne sappiamo qualcosa in più, ma questo dimostra che anche dell’uva più piantata in Italia si conosceva pochissimo fino a qualche tempo fa”.
“Immaginate - riprende Ian D’Agata - lo Schioppettino, il Tazzelenghe, la Malvasia di Casorzo, la Nascetta, oggi molto popolare, ma anche la Malvasia Bianca di Basilicata, il Nasco, e le potenzialità che potrebbero avere. Sono tutte uve di cui non sappiamo, essenzialmente, nulla, le migliori esposizioni, i migliori terreni, i migliori portainnesti, ma che in passato hanno avuto una grande importanza, citate già nel Duecento, e molto bevute ed apprezzate allora, e non sono sparite (o quasi) perché davano vini meno buoni, ma perché la società cambia, il mondo anche, e quello che oggi apprezziamo due secoli fa non aveva lo stesso successo”.
Come dicevamo, tanti sono i motivi del successo o dell’insuccesso di un vitigno, anche, o forse soprattutto, storici, perché “questo è un Paese che è stato dominato, da un punto di vista agricolo, dalla mezzadria, per cui l’agricoltore - ricorda Ian D’Agata - per sopravvivere, doveva produrre di più, e quindi i vitigni che producevano meno, o che si ammalavano più facilmente, o che bisognava vendemmiare molto tardi, venivano eliminati e sostituiti, ma non perché dessero vini cattivi, ripeto, ma perché non erano adatti al fabbisogno della società dell’epoca. Oggi è tutto cambiato, viviamo in un mondo diverso, forse migliore, forse peggiore, e abbiamo interessi e necessità diverse, quindi molti autoctoni abbandonati un secolo fa perché di scarso interesse oggi, invece, corrispondono in pieno alla volontà di bere bene, in maniera più leggera, vini più freschi e che si abbinano benissimo ai grandi piatti della cucina italiana”.
Succede, così, che molti autoctoni che erano stati abbandonati, conclude Ian D’Agata, “sono stati rivalutati
, e per me è un piacere, perché non ci sono vitigni cattivi: il Dolcetto, come la Barbera, il Nebbiolo, la Croatina, la Malvasia Rosa, il Primitivo, il Nero d’Avola danno vini meravigliosi, siamo fortunati ad averli, ed è nostro dovere salvaguardare la diversità italiana dando spazio e possibilità di crescita economica alle tante famiglie del vino italiano perché questo è un Paese che si regge molto sull’economia del vino”.

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