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INDUSTRIA

Birra, tra resilienza del mercato e nuove sfide per il futuro del settore

Consumi stabili, no e low alcohol, ricerca scientifica e sostenibilità trainano il comparto, secondo Assobirra, Unionbirrai, BarthHaas e Carlsberg
ASSOBIRRA, BARTHHAAS, BIRRA, CARLSBERG, luppolo, MERCATO, RICERCA, UNIONBIRRAI, Non Solo Vino
Firmato accordo tra l’Icqrf e Unionbirrai

In un contesto economico che continua a mettere sotto pressione i consumi delle famiglie e il potere d’acquisto, il mercato della birra in Italia conferma una significativa capacità di tenuta. Secondo l’Annual Report 2025 di AssoBirra, riportato da WineNews, nel 2025 sono stati consumati oltre 21 milioni di ettolitri di birra e l’intera filiera ha generato più di 10,4 miliardi di euro di valore economico per il Paese. Pur registrando una lieve flessione produttiva (-2,5% sul 2024), il comparto continua a rappresentare una realtà rilevante dell’agroalimentare nazionale, sostenuta anche dalla crescita di nuovi segmenti come quello delle birre analcoliche. All’interno di questo scenario, il 2026 segna una ricorrenza particolarmente importante per il settore: l’anniversario n. 10 della legge che ha introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano la definizione ufficiale di “birra artigianale”. L’articolo 35 della legge 28 luglio 2016 n. 154 ha, infatti, riconosciuto come artigianale la birra prodotta da piccoli birrifici indipendenti e non sottoposta a pastorizzazione o microfiltrazione. Un risultato ottenuto grazie al lungo lavoro di Unionbirrai, l’associazione che rappresenta i piccoli produttori indipendenti italiani, con l’obiettivo di garantire un quadro normativo chiaro e una maggiore tutela del comparto. La norma ha contribuito a rafforzare la trasparenza nei confronti dei consumatori e a valorizzare il lavoro dei produttori indipendenti, distinguendolo dall’utilizzo commerciale del termine “artigianale”.
A dieci anni dall’introduzione della legge, il movimento brassicolo italiano continua a mostrare vitalità, contando ben 1.008 attività produttive, tra 850 microbirrifici e 158 brewpub (un locale che produce la birra direttamente sul posto e la serve ai clienti, spesso insieme a cibo, ndr), cui si aggiungono le beer firm (aziende che creano e commercializzano birra senza possedere un impianto produttivo proprio, ndr), circa 3.120 addetti e una produzione che raggiunge i 470.000 ettolitri, pari al 2-3% della produzione nazionale complessiva. Parallelamente, cresce rapidamente il comparto delle birre analcoliche, la cui quota sul totale delle vendite è passata dal 2,1% al 3,9% tra il 2024 e il 2025, riflettendo l’evoluzione delle preferenze dei consumatori verso prodotti più leggeri e compatibili con stili di vita orientati al benessere.
“La definizione normativa rappresentò il passaggio che permise alla birra artigianale italiana di essere riconosciuta come un comparto con caratteristiche, valori ed esigenze proprie - dichiara Vittorio Ferraris, presidente Unionbirrai - non si trattò soltanto di dare un nome a un prodotto, ma di tutelare l’indipendenza dei birrifici, il loro modo di produrre e il diritto dei consumatori a conoscere ciò che stanno scegliendo”.
“Questi dieci anni ci ricordano quanta strada è stata fatta, ma ci dicono anche che il lavoro non è finito. Vogliamo rendere più semplici gli adempimenti per i piccoli birrifici, ampliare il regime forfettario, dare finalmente spazio al turismo brassicolo e alle “strade della birra” e sostenere una filiera italiana dell’orzo, del malto e del luppolo sempre più solida. Oggi la birra artigianale è una presenza viva in tutto il Paese: crea impresa, occupazione e cultura ed è ormai parte a pieno titolo del made in Italy agroalimentare. Una realtà riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo”, conclude Ferraris.
Se il mercato italiano dimostra dunque una buona resilienza, il quadro internazionale appare più complesso. L’industria birraria mondiale sta attraversando una fase di rallentamento che mette in discussione la traiettoria di crescita registrata negli anni successivi alla pandemia. Secondo il rapporto annuale BarthHaas, principale operatore mondiale nel commercio del luppolo, riportato da Euroborsa, la produzione globale di birra ha raggiunto 189,6 miliardi di litri, registrando una flessione del -0,7% rispetto all’anno precedente, con una perdita di circa 1,4 miliardi di litri. La contrazione interessa gran parte delle principali aree produttive mondiali. L’Unione Europea ha registrato un calo del 3,1%, influenzato soprattutto dalla flessione della Germania, che nel 2025 ha ridotto la propria produzione del -5,6%, scendendo sotto la soglia degli 80 milioni di ettolitri. In difficoltà anche la Polonia (-7,2%), mentre in America la produzione è diminuita dello 0,7% e in Asia dell’1,2%, penalizzata soprattutto dal rallentamento del mercato cinese. L’unica area in controtendenza rimane l’Africa, che ha registrato una crescita del +2,6%. A incidere sul rallentamento non sono soltanto i cambiamenti nei consumi, ma anche le difficoltà che interessano la fase agricola della filiera. La produzione mondiale di luppolo ha registrato una riduzione delle superfici coltivate (-5,5%) e del raccolto complessivo (-3,8%), confermando le pressioni che gravano sull’intero comparto.
In questo contesto, secondo BarthHaas, il futuro del settore dipenderà sempre più dalla capacità delle aziende di innovare, sviluppare nuove categorie di prodotto e intercettare le tendenze emergenti. Tra queste spicca la crescita delle birre low e no alcohol, un segmento che continua a guadagnare spazio a livello internazionale e che rappresenta una delle principali opportunità di sviluppo per un’industria ormai entrata in una fase di maggiore maturità.
Ma così come avviene in ogni settore che vuole stare al passo con i tempi, l’innovazione scientifica assume un ruolo sempre più strategico per garantire la sostenibilità e la competitività della filiera brassicola. In occasione della Giornata Mondiale della Birra, in programma (7 agosto), Carlsberg Italia ha evidenziato un importante risultato raggiunto dai Carlsberg Research Laboratory di Copenaghen: la realizzazione della più dettagliata mappatura genetica del luppolo mai ottenuta fino ad oggi. La ricerca, guidata dal professore associato presso il Dipartimento di Agroecologia - Genetica delle colture e Biotecnologie dell’Università di Aarhus (Danimarca) Sandip Mallikarjun Kale, e intitolata “Notevole variabilità cromosomica tra il luppolo nordamericano e quello europeo”, recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications , rappresenta un passo significativo nella risposta alle sfide poste dal cambiamento climatico, che sta mettendo sotto pressione le principali aree mondiali di coltivazione attraverso temperature più elevate e periodi di siccità sempre più frequenti. Grazie alla creazione di una vera e propria “mappa del Dna” del luppolo, ricercatori e agricoltori potranno accelerare lo sviluppo di nuove varietà più resistenti alle condizioni ambientali estreme, migliorando al tempo stesso la qualità delle produzioni. L’obiettivo è favorire la selezione di luppoli capaci di tollerare meglio calore, stress idrico e variabilità climatica, contribuendo così a rendere più stabile l’approvvigionamento della materia prima e a sostenere la redditività delle aziende agricole. Le potenziali ricadute riguardano anche il prodotto finale.
Una maggiore conoscenza delle componenti genetiche responsabili degli aromi e delle caratteristiche organolettiche del luppolo potrà infatti favorire la nascita di nuove varietà in grado di offrire profili gustativi inediti, ampliando le possibilità di innovazione per i birrifici. Parallelamente, l’utilizzo di colture naturalmente più resilienti potrebbe ridurre il ricorso a risorse e interventi esterni, contribuendo a rendere l’intera filiera più sostenibile. Il risultato si inserisce nella lunga tradizione di ricerca del Carlsberg Research Laboratory che, dalla sua fondazione nel 1875, ha contribuito a numerose innovazioni fondamentali per il settore. Con la mappatura genetica del luppolo si completa inoltre la conoscenza scientifica dei tre principali ingredienti agricoli della birra - orzo, lievito e luppolo - mettendo a disposizione della comunità scientifica e produttiva uno strumento destinato ad accelerare la ricerca e l’adattamento del comparto alle sfide future.
Anche in Italia l’interesse verso questo ambito è crescente: Carlsberg Italia collabora con il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (Crea) e con il Centro di Ricerca per l’Eccellenza della Birra (Cerb) dell’Università di Perugia per attività di ricerca sul luppolo e sostiene la filiera nazionale attraverso partnership che valorizzano le produzioni locali, come dimostra l’impiego di luppolo italiano nella gamma del Birrificio Angelo Poretti. “Nella Giornata Mondiale della Birra, siamo orgogliosi di celebrare un traguardo scientifico del nostro Gruppo, che conferma il profondo legame di Carlsberg con il luppolo e l’innovazione -afferma Alius Antulis, Managing Director di Carlsberg Italia - la mappatura del genoma rappresenta un passo importante per tutelare la qualità delle nostre birre e rafforzare la resilienza della filiera di fronte alle sfide del cambiamento climatico. Il luppolo è, infatti, uno degli ingredienti simbolo della nostra tradizione e, come Carlsberg Italia, continuiamo a investire nella ricerca e nel supporto ai produttori locali per contribuire al futuro del settore brassicolo italiano”. Questo traguardo si inserisce nel programma di sostenibilità “Brewing Tomorrow”, con cui il Gruppo Carlsberg conferma la propria ambizione di ridurre l’impatto sul pianeta, mettendo la scienza al centro di ogni progresso.

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