Settantanove allevatori, 6 macelli, 18 imprese di trasformazione, un valore economico indicativo di 5,5 milioni di euro, 70 allevamenti riconosciuti dal sistema di controllo in 8 province toscane con la maggiore concentrazione che si registra a Siena (24 allevamenti), Firenze e Grosseto (14 allevamenti ciascuna). Sono i numeri, al 31 dicembre 2025, della Cinta Senese Dop, una filiera piccola, specializzata e fortemente legata al territorio, conosciuta come una delle razze suine autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano, raffigurata persino negli affreschi del “Buon Governo” di Ambrogio Lorenzetti, capolavoro dell’arte italiana, in Palazzo Pubblico a Siena. Ma che, oggi, vive una situazione complicata a causa della “diffusione della Peste Suina Africana in Toscana che mette seriamente a rischio la sopravvivenza della Cinta Senese”, ha sottolineato il Consorzio della Cinta Senese Dop che ha lanciato l’allarme “dopo i recenti casi di positività riscontrati anche negli allevamenti suini della regione.
Il primo focolaio in un allevamento toscano è stato individuato a Comano, in provincia di Massa-Carrara, mentre nei giorni scorsi 2 suini rinvenuti morti in un allevamento di San Marcello Piteglio, in provincia di Pistoia, sono risultati positivi al virus. Una situazione che conferma l’avanzamento dell’emergenza e rende sempre più concreto il pericolo per gli allevamenti di Cinta Senese. La Peste Suina Africana non è trasmissibile all’uomo, ma colpisce i suini domestici e i cinghiali e, in caso di focolaio, può comportare l’adozione di misure sanitarie particolarmente severe, fino all’abbattimento di tutti gli animali presenti nell’allevamento”. La Cinta Senese viene allevata prevalentemente allo stato brado o semibrado, secondo un modello produttivo strettamente legato ai boschi, ai pascoli e alle aree rurali della Toscana. Gli animali vivono quotidianamente all’aperto e si alimentano principalmente attraverso il pascolamento. Questa caratteristica, fondamentale per la qualità e l’identità della produzione, rende, tuttavia, molto più complesso garantire una separazione completa dalla fauna selvatica e, in particolare, dai cinghiali. Molti allevamenti sono, inoltre, localizzati in territori collinari, montani e marginali, spesso caratterizzati da un’elevata densità di fauna selvatica. In queste condizioni, anche applicando rigorosamente le misure di biosicurezza nelle aziende, risulta estremamente difficile eliminare ogni possibile rischio di contatto, diretto o indiretto, con il virus.
Fino ad oggi, spiega il Consorzio, sono stati messi a disposizione contributi per rafforzare la biosicurezza negli allevamenti, sostenendo interventi sulle recinzioni, sugli accessi, sulle strutture e sulle procedure aziendali. “Si tratta di misure necessarie, ma non sufficienti: al di fuori dei perimetri aziendali - afferma il Consorzio - il contenimento del rischio resta una vera e propria emergenza, legata soprattutto alla presenza e agli spostamenti della fauna selvatica. Ad oggi, tuttavia, le aziende allevatrici di Cinta Senese non sono trattate dalle istituzioni come presìdi strategici da difendere, nonostante custodiscano un patrimonio genetico e produttivo di interesse collettivo. Occorrono quindi interventi coordinati anche sul territorio esterno agli allevamenti, attraverso una maggiore sorveglianza, il contenimento del rischio e misure specifiche di protezione delle aziende”.
Per Nicolò Savigni, presidente del Consorzio della Cinta Senese Dop, “siamo davanti a un pericolo reale, non più a un’ipotesi lontana. La Cinta Senese vive all’aperto, nei boschi e nei territori rurali della Toscana. È proprio questo legame con l’ambiente a renderla unica, ma oggi rappresenta anche un elemento di forte vulnerabilità. Un solo focolaio in uno degli allevamenti più importanti potrebbe compromettere irreversibilmente il patrimonio genetico della razza. Gli allevatori hanno rafforzato la biosicurezza interna, anche grazie ai contributi ricevuti, ma fuori dai confini aziendali il rischio resta al di fuori del loro controllo. Non possono essere lasciati soli: ogni allevamento di Cinta Senese deve essere considerato un presidio da difendere”.
Il Consorzio ha ricordato che si è attivato fin dall’agosto 2024, coinvolgendo le istituzioni regionali e nazionali nella definizione di un progetto finalizzato alla costituzione di una riserva genetica della Cinta Senese in un luogo isolato, protetto e sottoposto a misure di biosicurezza rafforzata. Il progetto, si afferma, prevede la creazione di un nucleo composto indicativamente da 12-15 femmine e 3 maschi riproduttori, da trasferire in un sito caratterizzato da un rischio epidemiologico minimo. Dal primo sopralluogo effettuato nell’agosto 2024 sono state esaminate, insieme ad Anas e agli altri soggetti coinvolti, diverse possibili soluzioni localizzative in aree isolate e protette, potenzialmente idonee a ospitare il nucleo in condizioni di elevata biosicurezza. L’obiettivo è mettere in sicurezza un nucleo essenziale di riproduttori, capace di assicurare la conservazione della razza e di consentirne, in caso di emergenza, la futura ricostituzione. Ma, dice il Consorzio, “nonostante il lavoro svolto, la disponibilità manifestata da più soggetti e il riconoscimento della validità tecnica dell’iniziativa, a distanza di quasi due anni non è stata ancora assunta una decisione operativa definitiva. Non è stato formalmente individuato il sito, non è stata completata l’istruttoria sanitaria e non è stato costituito il nucleo di riproduttori”. Gli allevatori della filiera sono anche fortemente preoccupati per il futuro delle proprie imprese, molte delle quali hanno costruito l’intera attività economica sull’allevamento e sulla valorizzazione della Cinta Senese. Si tratta spesso di aziende familiari situate nelle aree interne della Toscana, nelle quali l’allevamento contribuisce alla manutenzione dei boschi, al presidio del territorio, alla tutela della biodiversità e al mantenimento di attività economiche e occupazionali.
“La Cinta Senese - dichiara Cesare Baldrighi, presidente Origin Italia - non è soltanto una razza autoctona della Toscana: è un patrimonio storico, genetico, culturale ed economico dell’intero Paese. La sua filiera è alla base di una produzione tutelata a livello europeo con la Denominazione di Origine Protetta e rappresenta uno dei simboli più autentici del made in Italy agroalimentare. La perdita di questo patrimonio provocherebbe un danno irreversibile non soltanto agli allevatori e al territorio toscano, ma anche all’immagine e alla credibilità dell’intero sistema italiano delle Dop e Igp. Per questo è indispensabile che le istituzioni intervengano con la massima urgenza”.
Il Consorzio della Cinta Senese Dop chiede alla Regione Toscana, al Ministero della Salute, al Ministero dell’Agricoltura e al Commissario straordinario alla Peste Suina Africana di intervenire. “Non chiediamo nuove dichiarazioni di intenti, ma atti concreti - conclude il presidente del Consorzio Savigni - il tempo delle valutazioni e dei rimpalli amministrativi è terminato. Chiediamo alle istituzioni nazionali e regionali di intervenire immediatamente, perché oggi possiamo ancora salvare la Cinta Senese. Domani potrebbe essere troppo tardi”.
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