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COLTIVAZIONE DELLA CANAPA

Coltivazione di cannabis, è boom: Coldiretti vuole regole chiare per tutelare le aziende di settore

Numeri di cui dovrà tenere conto il Ministero della Salute, chiamato ad un ripensamento dal parere negativo del Consiglio Superiore della Sanità
CANAPA, Coldiretti, Non Solo Vino
La lavorazione della canapa

Marginale fino a pochi anni fa, la coltivazione della cannabis oggi arriva a coprire 4.000 ettari in tutta Italia, con tanti giovani agricoltori che, grazie alla liberalizzazione della vendita di canapa sativa a ridotto contenuto di Thc, hanno deciso di puntarci. E ne dovrà tenere conto anche il Ministero della Salute, chiamato ad un ripensamento dal parere negativo del Consiglio Superiore della Sanità. La Coldiretti, sull’argomento, è stata molto esplicita: “ora occorre fare chiarezza per tutelare i cittadini e le centinaia di aziende agricole che hanno avviato nel 2018 la coltivazione di canapa, dalla Puglia al Piemonte, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna con il moltiplicarsi di esperienze innovative”. E qui il riferimento va a quelle produzioni che hanno abbracciato vari settori: dalla ricotta agli eco-mattoni isolanti, dall’olio antinfiammatorio alle bioplastiche, senza dimenticare la pasta, i biscotti e i cosmetici.
Un giro d’affari che è cresciuto considerevolmente negli ultimi anni. Per la coltivazione e la vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) si stima, come ricorda la Coldiretti, “un giro d’affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro. Con la nuova norma non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di Thc al massimo dello 0,2%, fatto salvo l’obbligo di conservare per almeno dodici mesi i cartellini delle sementi utilizzate”. Secondo la norma approvata la percentuale di Thc nelle piante analizzate può inoltre oscillare dallo 0,2% allo 0,6%, senza comportare alcun problema per l’agricoltore.
“Al momento risulta consentita - precisa la Coldiretti - solo la coltivazione delle varietà ammesse, l’uso industriale della biomassa, nonché la produzione per scopo ornamentale, mentre per la destinazione alimentare possono essere commercializzati oltre ai semi anche le altre componenti vegetali nel rispetto della disciplina di settore”. Per quanto riguarda il divieto di utilizzo di foglie e fiori di canapa per scopo alimentare Coldiretti esprime, tuttavia, l’esigenza che sia fatta chiarezza tenuto anche conto dei chiarimenti contenuti nella recente circolare del 22 maggio 2018 del Ministero delle Politiche Agricole che, “diversamente - prosegue Coldiretti - ammette nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo l’utilizzo delle stesse infiorescenze. Le ragioni di chiarezza sono d’altra parte imposte dal richiamato successo che i prodotti a base di canapa hanno sul mercato europeo e molti Stati, tra cui la Germania, hanno già legiferato in modo dettagliato fissando il limite di sicurezza per il THC negli alimenti sicché in base alla libera circolazione sarebbe penalizzante per gli operatori nazionali veder circolare prodotti ottenuti in altri paesi mentre in Italia valgono norme più restrittive”.
L’Italia ha una lunga tradizione per la coltivazione della canapa. Fino agli anni ‘40, infatti, il Belpaese, con quasi 100mila ettari, era il secondo produttore al mondo dietro soltanto all’Unione Sovietica. Il declino è arrivato con il boom industriale che ha portato sul mercato le fibre sintetiche, ma anche, come ricorda Coldiretti, “dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta. ll Governo italiano nel 1961 sottoscriveva una convenzione internazionale chiamata “Convenzione Unica sulle Sostanze Stupefacenti” (seguita da quelle del 1971 e del 1988), in cui la canapa sarebbe dovuta sparire dal mondo entro 25 anni dalla sua entrata in vigore mentre nel 1975 esce la “legge Cossiga” contro gli stupefacenti, e negli anni successivi gli ultimi ettari coltivati a canapa scompaiono”.

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