Non appena le giornate si allungano e le temperature si alzano, l’orologio biologico (e sociale) sembra spostarsi in avanti di un’ora o due nel mettersi a tavola, specialmente in Italia e nei Paesi del Mediterraneo. Ma non è solo un’abitudine estiva: dietro ci sono motivi scientifici e psicologici - dal fatto che quando fa caldo si ha meno appetito, al cervello che pensa che sia pomeriggio anche se sono le otto di sera ma è ancora giorno, senza dimenticare il piacere di socializzare e stare fuori con le belle giornate - ma anche storici. “La realtà è che gli orari dei pasti sono una costruzione culturale e cambiano non solo da un paese all’altro, ma da una classe sociale all’altra e anche da un’epoca all’altra”, scriveva, anni fa, lo storico e scrittore italiano Alessandro Barbero nel saggio “A che ora si mangia? Approssimazioni storico-linguistiche all’orario dei pasti (secoli XVIII-XXI)”.
A partire, tra le molte vicende raccontate, dal fatto che tra fine Settecento ed i primi anni dell’Ottocento, l’aristocrazia di Londra e Parigi modificò progressivamente gli orari dei pasti quotidiani: il pranzo, allora considerato il pasto principale della giornata, venne consumato sempre più tardi, fino alle cinque, alle sei, alle sette del pomeriggio, e, in parallelo, si diffuse una colazione più sostanziosa, il déjeuner à la fourchette, a metà mattinata, mentre la cena serale iniziò a scomparire. Nel corso dell’Ottocento, spiega Alessandro Barbero - saggista e romanziere Premio Strega, ma che si occupa da sempre anche di divulgazione televisiva - nel suo libro (Quodlibet Edizioni, 2017, pp. 87, prezzo di copertina 10 euro), la nuova moda venne adottata anche dalle classi medie e si diffuse lentamente in paesi come Germania, Italia, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, nel frattempo, l’aristocrazia inglese e francese continuava a spostare sempre più in avanti l’orario del pranzo, fino a ridosso della sera, accentuando, così, la distanza tra modelli sociali diversi. Il divario nelle abitudini alimentari non si sarebbe realmente ricomposto fino al XX secolo.
I contemporanei osservarono con curiosità questo cambiamento e ne discussero le possibili cause, con l’ipotesi più accreditata che le élite delle due principali potenze mondiali abbiano trovato, anche attraverso il tempo del pasto, un nuovo modo per marcare la distanza dalla borghesia e per ribadire differenze tra centro e periferia, tra modernità e arretratezza culturale.
Un fenomeno, ancora oggi, poco indagato, ma significativo per Barbero, poiché contribuì a trasformare il lessico stesso dei pasti, con termini e distinzioni che in parte restano vivi e controversi fino ai nostri giorni. E non meno interessante per la critica letteraria, che in molte pagine del romanzo ottocentesco ritrova abitudini quotidiane oggi poco decifrabili senza tener conto di questa evoluzione silenziosa del tempo sociale. Barbero ci racconta proprio di questo, andando alla ricerca delle origini e rendendo questa piccola storia di costume e abitudini sociali avvincente e sorprendentemente rivelatrice dei rapporti tra le classi sociali.
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