“Quando abbiamo iniziato a guardare più il cuoco che il piatto?”. È da questa domanda che prende forma il saggio di Nicola Perullo, filosofo, prolifico autore e Rettore dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, “Contro i cuochi. Per amore della cucina”, che, dietro un titolo volutamente provocatorio, è un pamphlet che propone una riflessione sul modo in cui è cambiato il nostro rapporto con la gastronomia. Più che un atto d’accusa nei confronti degli chef, è un invito a interrogarsi su come la cucina sia diventata, negli ultimi decenni, sempre più racconto, spettacolo e immagine. Dalla televisione ai social network, dalle guide gastronomiche ai grandi eventi, gli chef hanno assunto un ruolo che va ben oltre quello di cuochi: sono diventati comunicatori, imprenditori, personaggi pubblici e interpreti del gusto contemporaneo. Una trasformazione che ha contribuito ad accendere l’interesse per il cibo e la qualità, ma che ha progressivamente spostato l’attenzione dal piatto a chi lo prepara, secondo Perullo, che, domani, ne parlerà alla “Festa Artusiana” 2026 a Forlimpopoli, dedicata all’eredità di Pellegrino Artusi, “padre” della cucina italiana, oggi Patrimonio Unesco, con Massimo Montanari, tra i più importanti storici dell’alimentazione, e un “Aperitivo Artusiano” con i vini Caviro a Casa Artusi.
Perché è qui che si colloca il centro del saggio (Topic Edizioni, 2026, pp. 160, prezzo di copertina 18 euro): il bersaglio non sono i cuochi, ma il modello dello chef-star, quando il racconto della cucina finisce per ruotare più attorno alla firma che all’esperienza del mangiare. Il rischio, sostiene l’autore, è che ingredienti, territori, gesti e relazioni vengano messi in secondo piano rispetto alla costruzione di un personaggio.
Perullo propone, così, un cambio di prospettiva, invitando a riportare la cucina al centro, riconoscendole il valore di pratica culturale, esperienza sensibile e luogo di relazione.
Il titolo, allora, rivela il suo vero significato: “Contro i cuochi” non è un manifesto contro chi cucina, ma una provocazione per ricordare che la cucina esiste anche senza protagonisti. E proprio per questo il libro supera i confini della gastronomia, trasformandosi in una riflessione sul nostro tempo, in cui l’attenzione sembra rivolgersi sempre più a chi cucina che al cibo stesso.
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