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LA PROTESTA

La ristorazione italiana in piazza: #SIAMOATERRA, la manifestazione Fipe-Confcommercio

Stoppani: “non c’è connessione tra apertura dei locali e contagio”. Coldiretti: “danni per la filiera agroalimentare per 9,6 miliardi di euro”
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La ristorazione italiana in piazza: #SIAMOATERRA, la manifestazione Fipe-Confcommercio

In attesa di vedere nero su bianco e pubblicato il “Decreto Ristori” annunciato ieri dal Governo (secondo il Ministro dell'Economia Gualtieri si parla di ristori per il mese di novembre, in media tra 5.000 ed i 25.000 euro, a seconda del fatturato, ndr), in queste ore la ristorazione italiana scende in piazza, in maniera civile e nel rispetto delle norme, comprese quelle anti Covid, sia per protestare contro le ulteriori restrizioni (in sostanza la chiusura alle ore 18 per bar e ristoranti, salvo quelli degli hotel per i loro clienti, e la possibilità di asporto e consegna a domicilio), che mettono ancora più in difficoltà un settore che ha già pagato un conto salatissimo all’emergenza Covid, tra le perdite, stimate a fine anno in 41 miliardi di euro da Ismea (il 48% sul giro d’affari 2019), e gli investimenti per rispettare i protocolli di sicurezza stabiliti da Governo su indicazione del Comitato Tecnico Scientifico nei mesi scorsi.
“Scendiamo in piazza per evitare che passi il messaggio che i pubblici esercizi abbiano un ruolo nella diffusione del contagio - ha dichiarato Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe-Confcommercio, che ha organizzato la protesta al motto #SIAMOATERRA - non esiste alcuna connessione tra quest’ultimo e l’apertura dei locali, anche perché gli operatori del settore rispettano seriamente i protocolli sanitari imposti e validati dal Cts e dall’Inail. Protocolli che hanno richiesto investimenti economici significativi e garantito sicurezza ai consumatori. Il settore rischia il suo futuro - continua Stoppani - il Governo ha confermato l’impegno di dare seguito immediato a molte delle misure richieste in più occasioni dalla Fipe. Contributi a fondo perduto, interventi sulle locazioni, cancellazione - differimenti di scadenze fiscali, ammortizzatori sociali. Aspettiamo di vedere il provvedimento, è fondamentale per consentire la sopravvivenza di un comparto decisivo per la filiera agroalimentare e per il turismo di questo paese”.
Intanto, però, se ad essere in ginocchio sono tantissime piccole e medie imprese della ristorazione italiana (secondo Fipe/Confcommercio il comparto rischia di perdere 50.000 aziende con ben 300.000 posti di lavoro in bilico), un grido di allarme clamoroso arriva anche dalla ristorazione collettiva, come spiega l’anticipazione dell’AdnKronos sull’indagine Oricon-Osservatorio Ristorazione Collettiva e Nutrizione. Secondo cui il comparto nel 2020 registra un calo complessivo dei ricavi e del volume di vendite di un terzo, equivalente a -1,4 miliardi di euro e 292 milioni di pasti in meno sul 2019. Dall’indagine emerge come i segnali di ripresa, attesi dopo la fine del lockdown, si siano rivelati deboli e insufficienti: nel bimestre maggio-giugno 2020, nonostante la parziale riapertura di molte attività, i ricavi delle vendite sono stati meno della metà di quanto incassato nell’analogo periodo del 2019, dopo il drammatico tracollo di marzo-giugno in cui il settore aveva segnato un -66%. Gli ambiti più colpiti sono quello aziendale, che chiude l’anno a -40% pari a -500 milioni , e soprattutto quello delle mense scolastiche a -51% pari a -700 milioni di euro, sull’anno precedente. Senza sostegni e pianificazione, spiega l’indagine, la ristorazione collettiva, che opera in ambito aziendale, scolastico e socio sanitario, rischia il crack totale entro il 2022.
Una crisi, quella della ristorazione, nel suo complesso, che ovviamente si ripercuote in maniera fortissima anche sulla filiera agricola e vinicola. “Il crollo delle attività di bar, gelaterie, pasticcerie, trattorie, ristoranti e pizzerie ha un effetto negativo sull’intero agroalimentare nazionale, con una perdita di fatturato - sottolinea la Coldiretti - di oltre 9,6 miliardi per le mancate vendite di cibo e bevande nel 2020. Un drastico crollo dell’attività che pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino all’olio, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato. Nell’attività di ristorazione sono coinvolte 330.000 tra bar, mense e ristoranti lungo la Penisola ma anche 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro”.

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