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“TERRA MADRE SALONE DEL GUSTO”

La sfida di Slow Food: salviamo i prati stabili e i pascoli degli animali utili anche all’uomo

Negli ultimi 50 anni sulle Alpi sono andati perduti per quasi il 45%. La Chiocciola lancia un nuovo progetto in difesa della biodiversità, con Eataly
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Lo Storico Ribelle, formaggio delle Alpi Orobie, Presidio Slow Food

Slow Food lancia una nuova sfida: combattere la scomparsa dei prati stabili e dei pascoli, quelli cioè non seminati ma ricchi in biodiversità naturale. Il progetto “Salviamo i prati stabili”, presentato ieri a Torino in “Terra Madre Salone del Gusto”, si fonda sulla valorizzazione dei prodotti ottenuti dall’allevamento di animali al pascolo o alimentati con foraggi o fieni ottenuti da prati naturali di pianura o pascoli di montagna, e vede Eataly sostenitore e parte attiva svolgendo un ruolo importante nell’accoglierli nei suoi scaffali. Da più di 30 anni la Chiocciola si occupa di biodiversità alimentare, di agricoltura e di cibo, in questo caso, invece, accende un riflettore sulla perdita di biodiversità delle erbe dei prati, l’alimento prediletto non degli esseri umani ma dei ruminanti. “Niente varietà alimentari coltivate, insomma: solo - si fa per dire - verdi e semplicissimi prati. Quelli con l’erba, quelli su cui capita di camminare in una passeggiata nel fine settimana, in pianura o in altura”.
Non tutti i prati, però, sono uguali. Molti di quelli che vediamo intorno a noi, infatti, sono seminati, spesso con una sola essenza. Ecco allora il significato dell’aggettivo stabili: si tratta di quelli naturali, spontaneamente ricchi di decine di erbe diverse. Nei prati stabili in pianura e in collina, di norma, le specie erbacee sono tra le 20 e le 30, in quelli di alta montagna, dove le mandrie e le greggi pascolano durante la bella stagione, possono addirittura arrivare a 100. I prati stabili in pianura sono ancor più rari perché negli allevamenti bovini, oggi prevalentemente in stalla, l’erba fresca è scomparsa dalle diete, che si basano sempre più su concentrati e piccole quantità di fieno.
Perché i prati stabili sono importanti? Prima di tutto, sono uno strumento di lotta al cambiamento climatico: trattengono nelle radici il carbonio e non lo rilasciano facilmente, neppure se scoppia un incendio; ma sono importanti anche per la salute dell’uomo, perché il latte ottenuto da animali nutriti con le erbe di un prato stabile ha un valore nutrizionale eccellente, è ricco di molecole antiossidanti come il beta-carotene e la vitamina E, ha un contenuto di acidi grassi “buoni” superiore a quello che si trova di solito nel latte o nei formaggi in commercio e ha un ottimo rapporto tra omega-6 e omega-3; fanno bene agli animali, perché brucare le erbe preferite, sdraiarsi a ruminare, migliora il loro benessere; sono oasi di biodiversità, di erbe, arbusti, insetti, uccelli e altri piccoli animali selvatici; mantengono l’equilibrio del territorio, perché un prato ben gestito è più sicuro di uno abbandonato per diverse ragioni, e quelli non curati (cioè quelli dove gli animali non pascolano) non assorbono a sufficienza le acque piovane, creando fenomeni di dilavamento e quindi ingrossamento dei torrenti e alluvioni, mentre nel caso degli incendi estivi, nei prati non gestiti si accumula una grande massa vegetale essiccata facilmente infiammabile; sono un’opportunità economica e turistica, perché i prodotti ottenuti da animali che si nutrono nei prati stabili hanno proprietà organolettiche eccellenti, rappresentano un patrimonio culturale, perché prati e pascoli sono legati alla cultura pastorale e al suo patrimonio di saperi, tramandati da millenni; infine, ma non ultima motivazione, splendono di bellezza e difenderli significa proteggere anche il paesaggio.
“È incredibile quanti effetti positivi abbia un prato stabile, sul clima, sugli animali, sulla biodiversità e naturalmente sulla salute dell’uomo - spiega Serena Milano, dg Slow Food Italia - quello appena presentato è un progetto a medio-lungo termine, perché per rigenerare un prato ci vogliono anni e noi vogliamo coinvolgere chi è interessato a creare, o rinnovare, un prato che oggi stabile non è. Lo potremo fare anche grazie ai partner che ci accompagnano in questa avventura”.
Le superfici di prati stabili si stanno riducendo a ritmi vertiginosi da 60 anni a questa parte, da quando è stato stravolto il modo di coltivare (ricorrendo alla chimica di sintesi, alle monocolture, all’agricoltura intensiva, agli Ogm) e allevare (secondo un approccio industriale che privilegia le stalle e l’alimentazione a base di concentrati e di insilati di mais). Sulle Alpi italiane, sono scomparsi 800.000 ettari di prati: il 45% dei pascoli presenti 50 anni fa. Nell’Unione Europea ne è andato perduto il 16%. Dal 1969 a oggi sono stati cancellati all’incirca 110.000 chilometri quadrati di prati stabili: un’area grande quanto la Bulgaria. “In Italia, la superficie occupata dai prati naturali si aggira sui 32.000 chilometri quadrati, ma negli ultimi 40 anni abbiamo perso un quarto del totale a causa dell’urbanizzazione della pianura, l’industrializzazione dell’agricoltura e l’abbandono della montagn” ha aggiunto Giampiero Lombardi, docente di Alpicoltura all’Università di Torino. I numeri non sono però sufficienti a spiegare tutto: proprio nel cuore di Torino, accanto all’ospedale Amedeo di Savoia, è stata di recente scoperta una porzione di prato stabile e “che sia resistita all’avanzare delle città è inaspettato e significativo - dice Lombardi - e ci fa ben sperare per il futuro”.
Invertire la tendenza, ripristinare questi ecosistemi preziosi, è l’obiettivo del progetto “Salviamo i prati stabili” di Slow Food, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari (Disafa) e il Dipartimento di Scienze Veterinarie (Dsv) dell’Università di Torino, l’Università di Palermo, l’Institut Agricole Régional della Valle d’Aosta e la Fondazione Mach. La chiave per riuscirci è duplice: da un lato, si lavorerà per coinvolgere un numero sempre maggiore di allevatori e di produttori, sia valorizzando le produzioni lattiero-casearie ottenute da animali allevati al pascolo e nutriti con fieno di prati stabili sia sostenendoli nel ripristino di questi ambienti grazie alla collaborazione di tecnici e studiosi; dall’altro lato, occorre portare all’attenzione dei consumatori l’importanza di questo tema. In questo Eataly, convinto sostenitore e parte attiva del progetto, potrà svolgere un ruolo importante accogliendo, promuovendo e creando occasioni di conoscenza e acquisto presso il grande pubblico di prodotti unici come quelli che “Salviamo i prati stabili” saprà valorizzare. “Con Slow Food esiste una collaborazione di lunga data e che ha toccato molti ambiti, dalla difesa delle api al mondo dei semi, passando per la tutela della biodiversità - ha ricordato Nicola Farinetti, ad Eataly - contribuire a valorizzare i prodotti ottenuti da allevamenti basati sui prati stabili richiede che qualcuno si occupi della vendita di quelle eccellenze: noi ci occuperemo anche di questo, aprendo una finestra verso i nostri clienti che presto si renderanno conto dell’immensa goduria per il palato di questo progetto”.
Slow Food metterà a punto un disciplinare per la gestione del prato stabile e la produzione di latte e formaggi da animali al pascolo su prato stabile, realizzerà una mappatura delle realtà virtuose in Italia per valorizzarle e avvierà alcune attività pilota insieme ad allevatori disponibili a riconvertire a prato stabile i terreni oggi coltivati a monocolture o a migliorare i fieni con cui vengono nutriti i loro animali. Il progetto, infine, fa parte di una strategia più ampia di Slow Food, quella sull’allevamento, illustrata nel recente documento di posizione “Oltre il benessere: gli animali d’allevamento meritano rispetto”.

A “Terra Madre” in mostra anche i fieni italiani
Nel frattempo, a “Terra Madre”, ieri, a Torino, per celebrare l’avvio del progetto di tutela dei pascoli e dei prati stabili, gli allevatori e i produttori caseari di varie Regioni d’Italia hanno portato i loro fieni. Nell’area biodiversità è possibile ritrovare i profumi delle praterie alpine delle Dolomiti trentine e quelli delicati dell’Alta Langa piemontese, le erbe di cui si nutrono le pecore di Carmasciano, in Campania, e i fieni della macchia barbaricina. Grazie all’Università di Torino, ogni sacco riporta i nomi delle erbe contenute, mentre quell’angolino di prato stabile sorprendentemente ritrovato nelle aree verdi dell’Ospedale Amedeo di Savoia ci ricorda che anche un ciuffo d’erba umilissima, stropicciato e disordinato nasconde un piccolo mondo di biodiversità.

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