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CAMBIA IL CARRELLO DELLA SPESA

Più prodotti “primo prezzo”, meno carne e pesce: gli italiani si difendono così dal “caro prezzi”

Report “Altroconsumo” nel “Festival del Giornalismo Alimentare”, a Torino. Il focus sui rincari della Borsa Merci Telematica Italiana
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Più prodotti “primo prezzo”, meno carne e pesce: gli italiani si difendono dal caro prezzi

Più prodotti di primo prezzo, meno carne e pesce: per ora, gli italiani si difendono così, dall’inflazione. Indicazione che emerge dalla ricerca “Il carovita nel carrello della spesa”, effettuata da Altroconsumo per il Festival del Giornalismo Alimentare (oggi e domani 1 giugno, a Torino), e che ha sondato i consumatori tra 25 e 70 anni, su come sono cambiate le abitudini alimentari in questo periodo di crisi. Il segnale chiaro che emerge è che oggi l’invitato (sgradito) a tavole è il carovita: dopo energie e trasporti, è infatti il cibo la voce più interessata dal caro prezzi, con un +7,6% di quelli essenziali da aprile a maggio 2022. Ed a causa dell’impennata dei costi, il 68% degli italiani (che sale al 75% tra coloro che sono in difficoltà economica) hanno modificato le proprie abitudini alimentari scegliendo prodotti a basso costo, razionando i prodotti nel carrello della spesa e andando meno al ristorante.
Ma se l’inflazione si accanisce maggiormente sulle famiglie a basso reddito, i suoi effetti non risparmiano nessuno. Il 68% di chi non ha problemi economici afferma di aver iniziato a tirare la cinghia a partire da quest’anno. Ma ciò che più stupisce è che anche tra coloro che si dichiarano benestanti, e quindi non avrebbero alcun bisogno di modificare la lista della spesa, sono tanti (il 39%) ad aver rivisto le proprie abitudini alimentari. Segno che l’aumento dei prezzi, la guerra in Ucraina, la crisi energetica, le carenze nelle catene di fornitura generano un clima di sfiducia sulle prospettive future, che però ha effetti immediati. Tanto che il 62% di tutti gli intervistati a sostenere di aver paura di spendere soldi perché si aspetta che arrivino tempi ancor più difficili.
Intanto, la strategia cui si ricorre più di frequente è privilegiare i prodotti più economici a scapito di quelli delle marche più note. Un italiano su tre (33%) acquista di più prodotti “primo prezzo” (cioè con il prezzo a scaffale in assoluto più basso della categoria), alimenti a marchio del supermercato (i cosiddetti “private label”) e in generale quelli super-scontati.
Ma c’è chi ha iniziato a razionare ciò che mette nel carrello. Si tagliano cibo e bevande non essenziali (come alcol, dolci, snack salati, e così via), come fatto dal 29% dei rispondenti, ma più preoccupante è che un italiano su cinque (21%) abbia invece cominciato a limitare, per via del caro prezzi, l’acquisto di alimenti importanti come il pesce e la carne. Inoltre, il clima di incertezza continua a spingere gli acquisti di prodotti a lunga conservazione (cibi in scatola, zucchero, pasta e farina): il 20% ammette di averne acquistato di più negli ultimi mesi, segno anche della crescente paura per l’incertezza verso il prossimo futuro.
Pensando alle cause della crescita dei prezzi, per la maggioranza degli italiani (il 51%) la guerra tra Russia e Ucraina è stata il fattore scatenante, perché è proprio a partire dall’invasione russa che hanno cominciato a notare l’aumento dei prezzi sui prodotti alimentari. Alto anche il numero (44%) di chi invece fa risalire l’inizio dei rincari a un periodo anteriore al conflitto. E se per alcuni alimenti l’incredibile impennata dei prezzi è effettivamente collegata allo scoppio del conflitto in Ucraina - ne è un esempio l’olio di semi di girasole, importato dall’est Europa il cui costo nell’ultimo anno è aumentato dell’85% - meno giustificato è l’aumento del costo del caffè (+11%), dovuto invece alla produzione in zone interessate dal cambiamento climatico. È poi interessante rilevare che i cittadini hanno pochi dubbi sulla presenza nel mercato attuale di fenomeni speculativi. È la stragrande maggioranza, il 75% degli intervistati, ad essere convinta che i prezzi di alcuni prodotti - non solo di quelli alimentari - siano aumentati nonostante si tratti di merci non direttamente collegate alla crisi. E anche per questo Altroconsumo ha sollecitato l’Antitrust affinché faccia luce sulle speculazioni e intervenga con opportune sanzioni.
A ribadire che l’aumento dei prezzi non è solo colpa del conflitto in Ucraina, è anche l’analisi della Borsa Merci Telematica Italiana - Bmti. Tra i vari incrementi, dall’avvio della guerra, spicca il prezzo del grano tenero nazionale (+31%) e, a cascata, della farina (+50%). Uno scenario che ha comportato, nell’ultimo anno, un balzo del +96% per i prezzi della semola di grano duro, a causa dell’impennata della materia prima (+86%) dovuta alla forte contrazione della produzione canadese. Forti gli aumenti anche per i risi italiani, da una parte a causa di una domanda superiore all’offerta e dall’altra a causa delle incertezze sulle prossime semine, legate alla siccità delle regioni del Nord Ovest, principali aree dedicate alla coltivazione del riso. I prezzi del Carnaroli, usato per la preparazione di risotti, e del Selenio, usato per la preparazione del sushi, sono più che raddoppiati rispetto a un anno fa. In alto gli oli vegetali, condizionati dalle difficoltà negli arrivi di olio di girasole dal Mar Nero. Dallo scoppio del conflitto, infatti, i prezzi sono aumentati di quasi il 70% per l’olio di girasole, nonostante il mercato abbia registrato a maggio una parziale ripresa delle negoziazioni dalle zone colpite dal conflitto. Diffusi rialzi anche nel settore lattiero-caseario, in particolare per il latte (+57% su base annua per il latte spot di origine nazionale), spinto da una raccolta in calo in alcuni dei principali player produttivi continentali e dall’aumento del costo dell’energia, dei mangimi e dei foraggi. Valori record per il burro, che a maggio ha raddoppiato il suo prezzo. Tra i formaggi, in rialzo il Grana Padano, principalmente a causa di una contrazione della produzione (+30% rispetto al 2021). Tra le carni si è stabilizzato, seppure su livelli alti, il prezzo delle carni di pollame (+32% per la carne di pollo, +59% per la carne di tacchino) dopo le tensioni di inizio anno dovute ai casi di influenza aviaria in Veneto. Tra le cause, l’aumento dei prezzi dei mangimi arrivati a livelli storicamente elevati (+41% per il mais).
Ma gli incrementi sono conseguenza di una serie di cause di diversa natura, alcune delle quali presenti nei mercati già prima dello scoppio del conflitto russo-ucraino. Oltre al rincaro dell’energia a partire dalla seconda metà del 2021 si erano registrati consistenti rialzi nei prodotti agroalimentari sostenuti dalla ripresa della domanda mondiale post pandemica, dalle criticità della logistica e dall’impatto delle condizioni climatiche avverse. La crisi della filiera del grano duro-semola-pasta, per esempio, si era avviata già nel 2021 quando c’era stato un forte aumento dei prezzi della farina a causa della siccità che aveva colpito il Canada. Situazione che si è quindi aggravata attualmente per le forti tensioni generate dal conflitto russo-ucraino: al grano bloccato nei porti del Mar Nero si aggiungono i timori per l’impatto negativo delle condizioni meteo poco favorevoli registrate in molte aree produttive globali (Nord Europa, Nord America). Stesso discorso per gli oli vegetali, condizionati dalle difficoltà negli approvvigionamenti di olio di girasole dal Mar Nero e per il settore lattiero-caseario, dove già lo scorso anno si è avuto un forte rialzo del prezzo del latte e del burro, dovuto non solo al calo produttivo ma anche all’aumento del costo dell’energia, dei mangimi e dei foraggi. Lo scoppio del conflitto russo-ucraino, sottolinea Bmti ha quindi accentuato tensioni preesistenti, in particolare per alcuni prodotti - come cereali e semi oleosi - alla base di molte filiere agricole e zootecniche, per i quali la regione del Mar Nero rappresenta un’area strategica di produzione ed esportazione mondiali.

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