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LA RIFLESSIONE

Bisogna abituarsi a pagare di più il cibo: non si può avere la qualità a prezzi da discount

I prodotti sugli scaffali devono avere un prezzo che tenga conto di tutto il processo che c’è dietro: la manodopera, la lavorazione, il trasporto
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Bisogna abituarsi a pagare di più il cibo, per permettere alla filiera di essere trasparente ed equilibrata

In queste settimane influenzate dall’emergenza Coronavirus, che costringe praticamente metà della popolazione globale al lockdown, in tutto il mondo, il dibattito, oltre che sul sistema sanitario, si fa sempre più acceso sulle condizioni economiche in cui è, e sarà, il nostro Paese, con la maggior parte delle attività ferma ancora per, almeno, qualche settimana. Come in ogni situazione di crisi, i dibattiti danno vita ad osservazioni, a spunti di riflessione, a ragionamenti, anche nel settore agricolo, comparto che, almeno dall’esterno, gode di una certa stabilità, ma che in realtà vede messo in discussione il suo equilibrio proprio dalla situazione critica di queste settimane, portando a galla la necessità, forse, di rivedere certi meccanismi. A partire dalla consapevolezza per i consumatori che ci sia la necessità di pagare di più ciò che portiamo nel piatto. Se si vuole assicurare lunga vita al nostro prezioso patrimonio di produzione agricola, ai nostri prodotti d’eccellenza, e alle nostre industrie del settore, c’è bisogno di rendersi conto che il cibo è la cosa più importante in cui possiamo  e dobbiamo spendere: non si può parlare di qualità, di made in Italy, di giustizia sociale pretendendo poi prezzi da discount. Quella dell’alimentare è una filiera molto lunga, che coinvolge non solo il produttore e il consumatore, ma anche gli operai che lavorano nei campi, la grande distribuzione che acquista le materie prime e i prodotti dagli agricoltori, la lavorazione, il confezionamento, la distribuzione... Non si può avere la qualità del prodotto italiano, pagandolo troppo poco: in molti, spendono un po’ di più e scelgono di comprarsi vestiti o scarpe di una certa marca o qualità, pagandone il prezzo adeguato. In Italia, fino a qualche mese fa, un produttore di riso doveva venderne quattro chili per potersi pagare un caffè, e se le battaglie di categoria hanno incendiato le cronache, alla fine la situazione è migliorata, ma di ben poco.
Tutto questo ragionamento non è certo fatto senza tener conto della malavita e di quegli imprenditori disonesti, che sfruttano i lavoratori, spesso stranieri, facendo diventare il caporalato un fenomeno, purtroppo, ben conosciuto: ma ci sono tanti, tantissimi imprenditori agricoli che non riescono a pagare gli operai quanto vorrebbero e dovrebbero, perché non guadagnano abbastanza dalla vendita delle materie prime e dei loro prodotti.
E così si scatena il dibattito sulla manodopera straniera, sottopagata e con ben pochi diritti, dibattito che si è scatenato anche sulla pagina Facebook di WineNews, con la notizia della Ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova che ha cercato, un modo per riportare braccianti e operai agricoli dalla Romania all’Italia, vista la mancanza di manodopera nei campi del Belpaese.
E c’è da tenere conto anche che spesso, per i consumatori, il problema di dover spendere di più è quello di non avere redditi adeguati, o stipendi troppo bassi, che li costringono ad acquistare prodotti sottomarca a prezzi stracciati, sacrificando così la qualità. In ogni caso, si tratta di meccanismi ben radicati, e di questioni che certo non si possono risolvere brevemente. Ciò che è importante è non perdere mai di vista lo spirito d’osservazione e quello critico verso questo mondo, e ben vengano i confronti e i dibattiti in materia, anche attraverso i social network, che mai come in questo momento particolare sono un mezzo di comunicazione fondamentale.

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