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TARIFFE ED EXPORT

I dazi Usa incombono sul vino italiano, ma dal settore arriva solo un silenzio assordante

Mentre Oltreoceano media, case d’asta, importatori e distributori si uniscono nella protesta, l’Italia sembra non avvertire il pericolo
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I dazi incombono sul vino italiano, ma dal settore il silenzio è assordante

Deflagrata come una bomba, la minaccia di nuovi dazi Usa sul vino europeo, senza alcuna distinzione, con tariffe del 100%, ha scalato in breve tempo la classifica delle priorità, diventando argomento centrale nel dibattito interno al mondo del vino, almeno Oltreoceano. Manca poco al 13 gennaio 2020, giorno in cui il Dipartimento del Commercio Usa deciderà quali prodotti di quelli già colpiti dai dazi debbano rimanere in lista, e quali della seconda lista dei papabili finiranno sotto la scure di una guerra commerciale nata da tutt’altro presupposto, ossia quello della disputa tra i due giganti dei cieli, Boeing ed Airbus, reciprocamente accusati, da Usa ed Unione Europea, di aver ricevuto aiuti di Stato. Come dicevamo, il fronte interno è caldissimo, e la petizione per chiedere al presidente Trump di fare un passo indietro è stata firmata, sostenuta e rilanciata dai maggiori player del mercato enoico, dalle case d’asta, come Zachy’s e Sotheby’s, al mondo del giornalismo e dell’editoria, da James Suckling ad Antonio Galloni, passando per l’editore di Wine Spectator Marvin Shanken, ma anche da tantissimi importatori e distributori.
C’è paura, perché il mercato del vino europeo in Usa dà lavoro a migliaia di persone, generando un valore di miliardi di dollari. Ma a tremare sono, o dovrebbero essere, soprattutto i produttori europei, in primis quelli italiani, che, nel mercato americano, hanno il loro sbocco principale, che vale poco meno di un quinto di tutto il fatturato export. Eppure, a quasi un mese dal primo articolo firmato WineNews (qui), che già il 12 dicembre aveva messo in guardia sul pericolo in arrivo da Oltreoceano, tutto o quasi tace, vuoi per la sottovalutazione del rischio, o vuoi per la mancanza di strumenti di pressione efficaci. Tant’è che al volume sempre più alto delle prese di posizione Oltreoceano, fa da contraltare il silenzio, anche mediatico e politico, del Belpaese enoico, con gli imprenditori che, dal canto loro, sanno perfettamente il pericolo a cui il comparto rischia di andare incontro.

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