Se le principali potenze enoiche, Italia, Francia e Spagna in primis, stanno pagando il calo degli acquisti di vino da parte degli Stati Uniti, mercato determinante, a causa dei dazi, dell’indebolimento del dollaro e dei consumi che cambiano, anche negli stessi Usa l’industria vitivinicola sta affrontando un periodo complicato. E le ragioni, in questo caso, vanno ricercate nei rapporti freddi che stanno andando avanti con il Canada, Paese geograficamente vicino e storicamente forte per quanto riguarda gli scambi commerciali. Secondo il Wine Institute, un anno dopo che le province canadesi hanno iniziato a rimuovere i vini statunitensi dagli scaffali dei negozi, come rappresaglia per i dazi statunitensi, i nuovi dati annuali mostrano che i divieti hanno innescato un crollo massiccio delle esportazioni di vino dagli Stati Uniti verso il Canada, lasciando le aziende vinicole, i coltivatori e i lavoratori americani a pagarne il prezzo. Una nuova scheda informativa del Wine Institute, riferita ai dati commerciali dell’intero anno 2025, mostra, infatti, che le esportazioni di vino dagli Stati Uniti verso il Canada sono diminuite del 78% su base annua, causando una perdita di 357 milioni di dollari in valore: da 460 milioni di dollari nel 2024, l’export è sceso a 103 milioni di dollari nel 2025. L’interruzione ha anche invertito una relazione commerciale di lunga data, trasformando un surplus commerciale di 254 milioni di dollari nel settore del vino statunitense nel 2024 in un deficit commerciale di 90 milioni di dollari, e tutto questo in un solo anno.
Nel 2024, ricorda il Wine Institute, il Canada è stato il principale mercato di esportazione di vino degli Stati Uniti, rappresentando il 36% di tutte le esportazioni di vino made in Usa a livello mondiale, ma nel 2025, la quota canadese è scesa al 12%. Un impatto ritenuto “grave”, alla luce anche del fatto che l’81% delle perdite totali delle esportazioni globali di vino degli Stati Uniti nel 2025 è attribuito ai divieti canadesi.
“Dietro questi numeri - ha affermato Steve Gross, presidente ad interim e Ceo Wine Institute - ci sono aziende familiari, viticoltori, distributori, operatori del settore alberghiero e intere comunità che non hanno nulla a che fare con questa controversia, eppure ne pagano il prezzo ogni giorno. Per molte aziende vinicole, il Canada non era solo un’altra destinazione per l’export. Era il mercato che rendeva possibile la crescita internazionale”.
Ma anche il Canada fa fatica. Il Wine Institute sottolinea come “i divieti stanno creando danni economici misurabili anche in Canada. La British Columbia Liquor Distribution Branch prevede un deficit di bilancio di 77,2 milioni di dollari canadesi per l’anno fiscale 2025-26, ovvero un calo del 13,2% dell’utile netto rispetto all’anno precedente, citando come fattore determinante l’eliminazione dei prodotti alcolici prodotti negli Stati Uniti. Gli importatori, i rappresentanti di vendita e gli operatori del settore alberghiero canadesi hanno perso lavoro e reddito, mentre i consumatori hanno perso l’accesso ai marchi americani più noti”.
Uno scenario che richiede, secondo l’associazione no-profit con sede in California che rappresenta i produttori di vino dello Stato americano, una risoluzione immediata. Negli Usa il vino è qualcosa che “viene prodotto in tutti i 50 Stati e genera oltre 323 miliardi di dollari in attività economica totale, sostenendo le comunità rurali e le economie locali in tutto il Paese”. Per questo serve “ripristinare la normalità degli scambi commerciali”, anche perché, conclude Gross, “le aziende vinicole pianificano e investono con anni di anticipo: non si può sostituire un mercato come questo dall’oggi al domani”.
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