Gli alveari non sono soltanto le case delle api, ma anche dei baluardi della biodiversità, qualcosa di “magico”, essendo un piccolo mondo, ma così straordinariamente organizzato grazie alle api che, ognuna con il proprio compito, che ne garantiscono l’esistenza. Senza gli alveari non ci sarebbe il miele, di cui l’Italia, con 60 tipologie detiene il record mondiale di questo prodotto che è un’eccellenza made in Italy. Ma anche come alveari, a livello numerico, la leadership italiana è incontrastata: secondo quanto pubblicato da Eurostat, nel 2023, nelle aziende agricole dell’Ue erano presenti 9,4 milioni di alveari. Una cifra che rappresenta solo una parte del totale in quanto si basa soltanto sugli alveari presenti nelle aziende stesse. Rispetto al 2020, il numero di alveari è aumentato di 1,3 milioni (+16%). L’Italia, nel 2023, contava quasi 1,9 milioni di alveari nelle aziende agricole, il numero più alto tra i Paesi dell’Unione Europea, seguita da Romania (1,7 milioni), Grecia (1,2 milioni) e Bulgaria (1 milione). Un “boom” inequivocabile quello degli alveari italiani considerando che sono cresciuti del +79% (pari a 822.490 alveari) dal 2020 al contrario di Nazioni come Ungheria (-152.110; -34%) e Spagna (-131.440; -14%) che sono in calo.
Alveari che, in Italia, sono anche una leva per il turismo. Nel Belpaese, infatti, il turismo rigenerativo trova nella combinazione tra alveari, natura e cultura rurale la sua nuova frontiera, con 7 viaggiatori su 10 attratti da esperienze immersive legate all’apicoltura come certificato dallo studio “Beekeeping and Tourism: A Dual-Conditions Framework for Regenerative Tourism” (che abbiamo riportato su WineNews), firmato da Alessandra Vitale e Marco Valeri dell’Università Niccolò Cusano, insieme a Shekhar Asthana della Jindal Global University, che evidenzia come l’incontro tra api e turismo stia generando benefici misurabili per ambiente, comunità locali e visitatori.
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