Un intreccio saldo e indissolubile, quello tra vino e arte, con le grandi cantine del made in Italy che non solo collezionano opere di artisti affermati e nomi emergenti, ma spesso si fanno anche mecenati. Come Antinori, una delle più importanti griffe del vino italiano, che dal 2012, con la nascita di “Antinori Art Project” - la collezione e piattaforma dedicata alla ricerca visiva contemporanee - affida all’arte il compito di raccontare la propria storia. L’ultima acquisizione, in ordine di tempo, è quella dell’opera “Sampling the Vineyard”, commissionata al fotografo Armin Linke - a cura di Ilaria Bonacossa - che va ad arricchire la permanente della Cantina Antinori nel Chianti Classico. L’opera inedita entra così in dialogo, nell’iconica e monumentale tenuta nel cuore della Toscana, con i lavori di Yona Friedman, Rosa Barba, Jean-Baptiste Decavèle, Tomás Saraceno, Giorgio Andreotta Calò, Nicolas Party, Jorge Peris, Stefano Arienti, Sam Falls ed Elisabetta Benassi.
Il progetto per “Antinori Art Project” nasce da un’osservazione approfondita delle tenute della famiglia Antinori, dove secoli di tradizione enologica convivono con tecnologie agricole avanzate. Lontano da una rappresentazione estetica del paesaggio, il lavoro esplora il vigneto come un sistema complesso in cui conoscenze agronomiche, ricerca scientifica, osservazione del clima e tradizione si intrecciano continuamente. Piuttosto che concentrarsi su un’immagine idilliaca della campagna, Armin Linke indaga la struttura di conoscenze che rende possibile la produzione del vino nel XXI secolo, restituendo il vigneto non solo come paesaggio agricolo ma come organismo stratificato di competenze, pratiche e decisioni. “Invitare Armin Linke a lavorare nella Cantina Antinori nel Chianti Classico nasce dalla sua capacità di operare come un antropologo della società contemporanea attraverso la fotografia, documentando le trasformazioni della società - commenta Ilaria Bonacossa, curatrice dei progetti per “Antinori Art Project” dal 2014 - attraverso immagini al tempo stesso monumentali ed intime, il suo lavoro restituisce un efficace ritratto dell’era dell’Antropocene”.
“Armin Linke è un fotografo internazionale che agisce come sociologo raccontando la realtà contemporanea e le sue trasformazioni - spiega Alessia Antinori, vicepresidente, insieme alla sorella Allegra, dell’azienda vinicola di famiglia (che vede la primogenita Albiera nel ruolo di presidente, ndr) - il progetto è nato dall’idea di raccontare come il cambiamento climatico e la modernizzazione abbiano trasformato la nostra attività ma mantenendola sempre artigianale. Per questo Linke è venuto numerose volte a fotografare l’azienda nelle sue diverse attività per ritrarne il funzionamento. Ne emerge uno sguardo inedito capace di raccontare come tradizione e innovazione, natura e sapere umano siano inestricabilmente connessi nell'attività della nostra famiglia. Sicuramente l’aspetto fondamentale nella nostra azienda e nel nostro settore nei secoli è quello del valore umano e di quanto sia fondamentale e imprescindibile. Le fotografie che abbiamo selezionato, infatti, dimostrano quanto l’artigianalità può fare la differenza”. Per Linke, la fotografia è uno strumento di lavoro sul campo attraverso cui osservare la costruzione della società contemporanea e i flussi di informazione tra ambiti diversi. La sua pratica nasce dall’immagine fotografica ma si sviluppa soprattutto attraverso l’interazione diretta con le persone e i contesti incontrati. Attraverso l’osservazione della realtà di Marchesi Antinori - dagli archivi storici ai laboratori fino al lavoro quotidiano nei vigneti - l’artista costruisce una lettura inedita della viticoltura contemporanea, intesa non come semplice produzione ma come esito di una complessa struttura di saperi. In questa prospettiva, il vino diventa una metafora della costruzione culturale e sociale: un prodotto radicato nella terra ma modellato dalla trasmissione intergenerazionale di competenze specialistiche, dalla ricerca scientifica e dalle normative europee che ne garantiscono origine e autenticità. Linke ha inoltre interpretato il vigneto come uno strumento sensibile, capace di registrare la storia geologica e climatica di un territorio.
“Ho cominciato a pensare al vigneto non solo come luogo di produzione, ma quasi come una partitura musicale, una partitura cartografica, una sorta di antenna che registra la storia geologica e climatica - racconta il fotografo Armin Linke - evidenziando come esso metta in relazione ciò che avviene nel sottosuolo con le forze atmosferiche”. La serie fotografica che ne deriva riflette questo sistema stratificato. Linke si avvicina alle piante e ai processi, rinunciando alle vedute panoramiche per concentrarsi su dettagli che rivelano l’organizzazione invisibile del vigneto, come se fossero le piante stesse a osservare chi vi lavora. Le immagini assumono così la forma di mappe, diagrammi e sistemi annotati, in cui si intrecciano dati, gesti e procedure. Mappe storiche e immagini satellitari convivono con fotografie dei laboratori, dove i diversi lotti di vino vengono analizzati nei loro parametri qualitativi, e con pratiche tradizionali come la preparazione del Vin Santo, in cui i grappoli assumono una dimensione quasi scultorea. Un aspetto centrale del progetto riguarda proprio l’uso della fotografia all’interno dei processi agricoli: gli agronomi stessi utilizzano immagini per monitorare le piante e interpretare il territorio, rendendo la fotografia parte integrante del sistema produttivo. In questo senso il lavoro supera i confini della fotografia artistica tradizionale, restituendo il vigneto come sistema dinamico in cui conoscenza scientifica, condizioni ambientali e competenze umane interagiscono costantemente. Le immagini non descrivono il paesaggio, ma ne rivelano la struttura invisibile, proponendo una lettura della viticoltura come forma di intelligenza culturale ed ecologica. In un contesto dominato da un’estetica dell’immediatezza, il progetto introduce una modalità di visione diversa, più lenta e consapevole, che privilegia la comprensione rispetto all’effetto. Le fotografie non sono “belle” in senso convenzionale, ma opere che chiedono attenzione e restituiscono la complessità del lavoro che si cela dietro la produzione del vino, invitando a sospendere lo sguardo immediato per interrogare ciò che si osserva.
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