In un’agricoltura italiana segnata da profonde trasformazioni, negli ultimi decenni, tra il 2006 e il 2025, il vino si conferma una delle produzioni più resilienti. Secondo il nuovo rapporto Istat sull’evoluzione delle produzioni agricole e zootecniche, il comparto vitivinicolo ha mantenuto livelli produttivi elevati e competitivi nonostante un leggero ridimensionamento delle superfici e delle quantità prodotte, distinguendosi nettamente rispetto ad altri settori colpiti da pesanti contrazioni. Le superfici vitate sono scese da 786.123 ettari nel 2006 a 741.395 ettari nel 2025 (-5,7%), mentre la produzione complessiva di uva è passata da 83,267 a 76,570 milioni di quintali (-8%) e la resa media è diminuita del -2,5%, da 105,9 a 103,3 quintali per ettaro. Ancora più stabile l’andamento dell’uva da vino, con superfici in calo del -2,7%, passando da 713.673 a 694.333 ettari, produzione quasi invariata da 68,208 a 66,794 milioni di quintali (-2,1%) e resa leggermente aumentata da 95,6 a 96,2 quintali per ettaro (+0,6%). Di segno opposto il trend dell’uva da tavola, che registra una contrazione di circa il -35% sia nelle superfici sia nei volumi raccolti. Nel complesso, la produzione nazionale di vino è passata da 49,6 milioni di ettolitri nel 2006 a 47,8 milioni nel 2025, con una diminuzione limitata al -3,6% nell’arco di quasi 20 anni.
Parallelamente, cresce il peso dei mercati esteri: nel 2025 l’Italia ha esportato 21 milioni di ettolitri di vino (contro 18,8 milioni di ettolitri nel 2006), ne ha destinati 26,7 milioni al mercato interno ed ha importato appena 2,4 milioni di ettolitri. L’incidenza dell’export è salita da 39,9 a 44 litri ogni 100 litri di vino italiano, confermando il rafforzamento della vocazione internazionale del settore.
La geografia produttiva dell’uva vede il Nord-Est concentrarne il 41,2%, seguito dal Sud con il 29,1%, dal Centro con il 13,1%, dalle Isole con il 9,3% e dal Nord Ovest con il 7,3%. Tra il 2006 e il 2025 il Nord Est aumenta la produzione del +25,7%, il Sud del +1,7%, mentre arretrano Nord Ovest (-22,2%), Centro (-15,7%) e soprattutto Isole (-41,1%).
A livello europeo l’Italia rappresenta il 33,2% della produzione di uva dell’Unione Europea e si conferma nel gruppo di testa insieme a Spagna (22,3%) e Francia (23,4%).
Il rapporto evidenzia, però, come, al di fuori del vino, il quadro sia molto più complesso. Nei seminativi si registrano forti riduzioni per mais (-42,7%), frumento tenero (-21,4%) e frumento duro (-9,3%). Particolarmente significativo il caso del mais, con superfici dimezzate (-51,2%), produzione in forte calo e rese in aumento del +17,4%. Cresce invece la produzione di soia (+94,6%), erbai monofiti (+97,1%), mais ceroso (+46%) e leguminose (+34,7%). La produzione interna non riesce, però, a soddisfare la domanda: nel 2025 le importazioni di frumento raggiungono 97 milioni di quintali contro una produzione nazionale di 59,5 milioni, mentre quelle di mais arrivano a 70 milioni di quintali superando i 55 milioni prodotti in Italia (nel 2006 si importavano meno di 20 milioni di quintali, a fronte di una produzione nazionale di quasi 96 milioni).
Tra le colture più penalizzate figura la frutta. La produzione di pere crolla del -60,6%, le nettarine del -43,5%, le pesche del -40,7%, le nocciole del -30,3%, le mandorle del -29,7% e le arance del -23,7%. Le uniche eccezioni positive sono clementine (+20,3%), kiwi (+17,8%) e mele (+13,2%). La pericoltura è il comparto più in difficoltà, con produzioni più che dimezzate (-60,6%, da 9,104 a 3,583 milioni di quintali) e superfici ridotte del -52,8% (da 42.250 ettari a 19.941 ettari), mentre aumentano sensibilmente le importazioni di pesche (+413,6%), pere (+199,1%), nocciole (+144,1%) e mandorle (+144,3%).
Critica anche la situazione dell’olivicoltura: le superfici diminuiscono del -1,4% (da 1.113.396 nel 2006 a 1.097.677 ettari nel 2025), ma la produzione di olive cala del -27,2% (da 34,160 a 24,868 milioni di quintali) e la resa del -26,1% (da 30,7 a 22,7 quintali per ettaro). La produzione di olio d’oliva passa da 603,3 a 378,6 milioni di litri (-37,6%), una flessione che l’Istat attribuisce a cambiamenti climatici, stress delle piante, diffusione di parassiti e patogeni e criticità strutturali del settore. Nel 2025, a fronte di 379 milioni di litri prodotti, l’Italia ne esporta 298 milioni, dispone di appena 81 milioni di litri nazionali per il mercato interno e ricorre a importazioni per 565 milioni di litri.
Anche la zootecnia mostra segnali di ridimensionamento. Gli allevamenti registrano cali per ovini (-28,1%), suini (-15,6%) e bovini (-12,2%), mentre crescono i bufalini (+92,6%) e, più moderatamente, i caprini (+3,4%). Nella produzione di carne si riducono fortemente i bovini, con capi macellati in calo del -37,5% e peso morto del -40,9%, gli ovini e caprini con una contrazione produttiva del -56,2% e i suini con una diminuzione del -16,9%. In netta controtendenza il settore avicolo, che registra un aumento del +53% dei capi macellati e del +56,8% della produzione, con polli e galline che rappresentano l’89,4% del peso complessivo prodotto.
Tra i pochi comparti in espansione spicca anche quello lattiero-caseario: il latte raccolto cresce del +27,2% tra il 2006 e il 2024 (nel 2026 era pari a 108 milioni di litri), grazie all’aumento della produttività per animale, con il latte vaccino in crescita del +28,6% (passando da 101,9 a 131,1 milioni di quintali), quello bufalino del +19,4% (da 1,948 a 2,326 migliaia di quintali) , quello caprino del +50,4% (da 272 a 409 migliaia di quintali) e una resa per capo bovino superiore del +54%. Crescono inoltre formaggi (+17,7%, da 11,540 a 13,586 milioni di quintali) e panna (+18%, da 1,301 a 1,535 milioni di quintali), mentre diminuiscono burro (-21,3%, da 1.196 a 941 migliaia di quintali) e yogurt e prodotti fermentati (-11,6%, da 3,015 a 2,663 milioni di quintali).
Nel contesto europeo, pur disponendo solo dell’8,7% della superficie agricola dell’Unione, l’Italia mantiene posizioni di leadership con il 75,2% della produzione di nocciole, il 52,8% del riso, il 43,2% del frumento duro, il 42,1% del pomodoro da industria, il 37,9% della soia, il 33,2% dell’uva e il 30,5% delle arance. Il quadro delineato dall’Istat restituisce così un’agricoltura sempre più polarizzata: da una parte filiere che tengono o crescono, come vino, uva da vino, soia, kiwi, mele, latte, formaggi e avicoltura; dall’altra comparti in forte difficoltà, tra cui mais, frumento tenero, pere, pesche, nettarine, olivicoltura, allevamenti bovini e ovini e produzione di carni rosse.
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