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VINO & SOSTENIBILITÀ

Dalla Borgogna all’Etna, in Spagna o in California, in ogni regione l’acqua va gestita diversamente

A spiegare come fare nelle vigne del mondo è il nuovo report by Porto Protocol, analizzato da WineNews, per ridefinire le “best pratices” in cantina

Nelle regioni mediterranee (come l’Italia centro-meridionale e la Spagna) gli inverni portano piogge intense e le estati sono lunghe e calde e allora diventa fondamentale munirsi di colture di copertura, gestire la chioma per limitare l’evaporazione e dotarsi di bacini, terrazzamenti e progettare il paesaggio per gestire il suolo. Nelle zone atlantiche (come Bordeaux) il problema è l’opposto: l’acqua non manca, ma ristagna, perché piove spesso e l’umidità alimenta le malattie fungine. E allora l’acqua non va trattenuta, ma fatta muovere, e per questo servono drenaggi e biodiversità per combattere i parassiti. Nelle regioni continentali (come Piemonte, Borgogna, Germania e la parte più interna dell’Oregon) le piogge sono imprevedibili e le gelate tardive colpiscono suoli nudi e freddi: occorrono colture di copertura per riscaldare il suolo in primavera e proteggerlo in estate, ridurre l’evaporazione tramite mulching (una tecnica di taglio dell’erba, ndr) e aumentare la profondità radicale del suolo. Nelle zone aride (come Australia, Sud Africa e parte della California) l’acqua è scarsa e perciò preziosa: serve coprire i terreni, recuperare e riusare quella conservata ed irrigare. Nelle zone montane (come l’Etna e la Valle d’Aosta) l’acqua non resta mai ferma e per questo servono terrazzamenti, barriere naturali per rallentarla e compost per ridare struttura a suoli impoveriti dalle piogge intense che scorrono in discesa. Insomma, non va gestita l’acqua, ma il paesaggio. Ed a spiegare come farlo è “Saving Every Drop in Wine”, il nuovo report realizzato dalla Porto Protocol Foundation - la rete globale fondata da Taylor’s Port che riunisce imprese di tutto il mondo proprio per condividere informazioni e lavorare sul tema della sostenibilità e su come affrontare il cambiamento climatico nel settore del vino (ne fanno parte anche realtà italiane come Salcheto, Pasqua, Manincor, San Polino ed Equalitas, tra le altre, e big mondiali come Gonzalez Byass dalla Spagna, Concha y Toro dal Cile, Catena Zapata dall’Argentina, Joseph Drouhin e M. Chapoutier dalla Francia, per fare degli esempi) - che in oltre 200 pagine, analizzate da WineNews, ha raccolto intuizioni e soluzioni con un obiettivo chiaro: guidare il modo in cui il comparto del vino gestisce l’acqua.
Un elemento sempre più imprevedibile tra siccità, precipitazioni irregolari ed eventi meteorologici estremi che stanno sconvolgendo gli schemi consolidati, rendendo la disponibilità idrica meno affidabile e più difficile da gestire. Ma senza proporre una soluzione unica. Perchè se è vero che tutte le regioni vinicole del mondo stanno affrontando il problema, non tutte possono affrontarlo alla stessa maniera per ragioni di clima, territorio e geografia. È la direzione l’unica comune: lavorare con sistemi naturali, senza considerarli semplici input esterni.
Il report, sviluppato con il coinvolgimento degli esperti Cornelis van Leeuwen, Hervé Quénol, Linda Johnson-Bell, Lucrezia Lamastra, Mimi Casteel e Nicolas Quillé, analizza, infatti, l’acqua attraverso molteplici lenti interconnesse: dai cicli ecologici più ampi alle pratiche tradizionali e indigene, dalle metodologie di water footprint al ruolo del suolo e dell’idrologia rigenerativa nel modo in cui l’acqua viene catturata, immagazzinata e fatta circolare nei sistemi viventi, sia in vigneto che in cantina. A guidarlo la winemaker brasiliana Jihany Brecci: “il settore del vino si trova di fronte a un bivio quando si parla di acqua - ha detto - questo report attinge sia alle conoscenze scientifiche sia all’esperienza diretta dei produttori per orientare decisioni più informate e di lungo periodo”. L’indagine spiega, infatti, che non bisogna gestire l’acqua, ma capire come affrontarla nel suo ciclo, che non va “trovata di più, ma persa di meno”, e che ogni goccia deve essere funzionale, altrimenti è sprecata.
Connesso a questo il report elenca alcuni numeri risolvibili con le “best practices” proposte: il 70% dei prelievi di acqua dolce è legato all’agricoltura, così come il 90% dei consumi idrici; 350-500 mm di pioggia annua basterebbero, seguendo le tecniche suggerite, a coltivare in asciutto; ogni +1% di sostanza organica aggiuntiva nei suoli farebbe risparmiare tra i 16.000-25.000 litri di acqua per ettaro; a seconda delle pratiche adottate si può ridurre il 20%-60% del potenziale irriguo; il 75% delle acque reflue della cantina proviene dal lavaggio dei macchinari e non dalla produzione di vino; e che adottando le giuste tecniche per produrre un litro di vino si può consumare quasi la metà dei litri di acqua (1,6 vs 3,1).
“L’acqua non è ancora al centro del modo in cui il nostro settore misura il proprio impatto. E questo è un errore - afferma Adrian Bridge, leader della Porto Protocol Foundation - ma questo report cambia la prospettiva: ci invita a vedere l’acqua come parte di un sistema vivente più ampio e a riconoscere che la nostra responsabilità è lavorare con essa e non contro”.

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