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OSSERVATORIO CRIBIS

Il vino in Italia genera un giro d’affari di 10,4 miliardi di euro, di cui 5,9 dall’export

Sul mercato interno volano i consumi di vini bio. In termini di produttività la Francia è davanti
CRIBIS, VINO ITALIANO, Italia
Il vino italiano secondo lo Studio Cribis

Sono più di 310.000 le imprese agricole, e più di 1.800 quelle che si occupano di trasformazione industriale, attive nel settore vino in Italia, per un comparto che impiega, a livello industriale, 13.000 persone e genera un giro d’affari pari a 10,4 miliardi di euro. Dati che fanno dell’Italia il primo paese produttore di vino al mondo, come sottolinea la fotografia delle imprese italiane del settore vitivinicolo scattata da Cribis, su dati dell’osservatorio Cribis Industry Monitor e Nomisma. Nel contesto dell’industria alimentare italiana - uno dei pilastri dell’economia nazionale con 137 miliardi di euro di fatturato, di cui circa 33,9 miliardi in export, circa 62.000 imprese attive e oltre 465.000 occupati - il settore vitivinicolo si attesta come una delle principali realtà. Il comparto, infatti, incide per il 9,5% sul valore totale della produzione agricola, per il 7,6% sul fatturato dell’industria alimentare e per il 14,6% sull’export agroalimentare nazionale. All’interno del settore vitivinicolo, in Italia, hanno un ruolo fondamentale le cooperative, che ammontano a 484 con un fatturato di 4,5 miliardi di euro nel 2016 (ben il 13% del giro d’affari dell’intera cooperazione agroalimentare) e oltre 9.000 addetti (il 10% del totale).
A livello regionale, la maggior parte delle cooperative vitivinicole si trova in Emilia Romagna, Trentino-Alto Adige e Veneto. Più del 35% della produzione vitivinicola nazionale è destinata alla produzione di vini a marchio di qualità (Doc e Docg). Le regioni in cui si concentra maggiormente la produzione a marchio d’origine sono Piemonte, Trentino-Alto Adige, Toscana, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, mentre in Puglia ed Emilia-Romagna maggiore è il peso dei vini da tavola. Nel dettaglio, guardando al commercio con l’estero, l’Italia rappresenta un esportatore netto di vino, nonché il secondo paese esportatore a livello mondiale per valore e per volumi, con un export che nel 2017 è stato pari a ben 5,9 miliardi di euro. Nell’ultimo decennio, le esportazioni dell’Italia sono aumentate del 68,5% per valore e del 13,4% per volume grazie al contestuale riposizionamento di prezzo dei prodotti commercializzati all’estero. Anche nei primi sei mesi del 2018 l’export vitivinicolo italiano prosegue la propria crescita, registrando una progressione delle vendite oltre confine nella misura del 4,1% a valore rispetto allo stesso periodo del 2017.
Per quanto riguarda l’import, invece, l’Italia conferma un trend di sostanziale stabilità con soli 312 milioni di euro di importazioni. Dall’analisi della domanda interna, anche se l’Italia sta attualmente attraversando una fase di assestamento, i consumi di vino nel nostro Paese sono costantemente calati a partire dagli anni Settanta, con un consumo pro-capite oggi di poco inferiore ai 40 litri per persona. Si tratta di un calo legato sia ai cambiamenti socio-demografici del nostro Paese sia al diverso ruolo assunto dal vino nelle abitudini degli italiani, i quali hanno abbandonato il consumo quotidiano di tale prodotto spostando le proprie attenzioni verso modelli di consumo differenti e più occasionali.
Parlando di trend di consumo sul mercato interno, tra i fenomeni di maggior successo vi è l’incremento della domanda di vino biologico. Nel 2016 le vendite di vino biologico in Italia hanno raggiunto complessivamente quota 275 milioni di euro, con un aumento del 34% rispetto al 2015. Rispetto alle vendite, osservando solo la Gdo, si nota una crescita del 51% a confronto con il 2015 (11,5 milioni di euro). Rispetto all’offerta di prodotti vitivinicoli, è importante porre attenzione al ruolo delle cooperative. Questo settore è oggi uno di quelli in cui lo strumento della cooperazione vanta una più ampia diffusione.
Confrontando le caratteristiche dell’offerta del settore vitivinicolo con quella dell’industria alimentare emerge un fatturato per impresa ben più alto: 5,1 milioni di euro per le imprese del vitivinicolo contro 2,3 milioni di euro per quelle dell’industria alimentare). Da notare, inoltre, come il 35,4% della produzione italiana di vino sia destinata alla produzione di vini a marchio di qualità (Doc e Docg), concentrata prevalentemente nelle seguenti regioni: Piemonte, Trentino-Alto Adige, Toscana, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Infine, il tasso di rischiosità del settore vitivinicolo negli ultimi trimestri ha registrato una contrazione positiva in linea con il dato nazionale con un tasso di default del 2,1% a fronte del 3,9% a livello nazionale.
Analizzando lo scenario internazionale, l’Italia rappresenta il primo produttore di vino a livello mondiale, con un peso sul totale globale del 17%. Concentrandoci invece sul panorama comunitario, la produzione vitivinicola nazionale incide per circa un terzo su quella Ue e per il 29% sul fatturato del settore. Dal punto di vista della produttività, il settore vitivinicolo italiano ha dimensioni medie d’impresa di poco inferiori a quelle della Francia, principale competitor internazionale, che ha però una produttività superiore all’Italia e agli altri paesi europei dato il maggior valore aggiunti delle proprie produzioni (si pensi ad esempio allo Champagne e ai vini Bordeaux). L’Italia ha tuttavia una maggiore propensione all’export rispetto alla Francia (43% contro 30%), ma inferiore se paragonata alla Spagna (60%).
Nel corso degli ultimi anni, le imprese vitivinicole hanno saputo mantenere una elevata redditività che in termini di Ebitda margin oscilla intorno al 9%. In funzione di un costo dell’indebitamento decrescente espresso da un Rod finanziario in diminuzione e pari al 2,5% (2017), le imprese vitivinicole hanno incrementato la leva finanziaria in un quadro di sostenibilità del debito. Le condizioni ancora favorevoli dei tassi di interesse, supportate da una politica monetaria decisamente espansiva, hanno contribuito ad alleggerire l’onere per il servizio del debito delle imprese, supportando l’equilibrio finanziario.

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