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GUIDE

Nasce il “Manifesto della Birra Slow” per il futuro del movimento della birra artigianale italiana

Roberto Burdese, presidente Slow Food Editore per la “Guida alle Birre d’Italia” 2026: “quando Carlo Petrini la incontrò in Usa negli Anni Novanta”

Trent’anni di birra artigianale in Italia (tanto è passato da quando anche nello Stivale si diffuse la “Craft Revolution” nata in California), di cui 18 raccontati dalla “Guida alle Birre d’Italia”, la pubblicazione di Slow Food Editore che, ogni anno, monitora un settore in continua e costante evoluzione che si sta sempre più affermando in Italia, diventando un punto fermo del made in Italy, e che valuta principalmente il valore del birrificio sul territorio e la qualità delle birre che produce. Una guida, che, nell’edizione 2026, racconta 468 produttori di birra e 54 produttori di sidro per 2.825 etichette segnalate, grazie al lavoro di 130 persone tra collaboratori e coordinatori, e che è stata presentata nei giorni scorsi alla Camera di Commercio di Brescia, dove sono stati assegnati i Premi Speciali ed è stato lanciato il “Manifesto della Birra Slow”.
E così il “Premio Valorizzazione del Territorio” è andato alla Cantina Errante di Barberini a Tavarnelle, in Chianti Classico, mentre il “Premio Miglior Novità” è stato assegnato, invece, al Residual di Pietrauta, a Perugia. Al birrificio Altavia di Quiliano, a Savona, è andato il “Premio Filiera Italiana”, al Nidaba di Montebelluna, a Treviso, quello per la “Migliore offerta culinaria”. “Premio Costanza” al birrificio Alder di Seregno, a Monza-Brianza, “Miglior Publican” a Michele Galati di Caprino Bergamasco, a Bergamo, e “Migliore selezione di birre in bottiglia” a Galaxy Beer Shop di Rubiera, a Reggio Emilia, mentre la “Migliore selezione di birre alla spina” è quella del pub Glamour Hoppe di Catania, con l’Apple Blood Cider and Perry di Terre d’Adige, a Trento, che ha vinto il premio al “Miglior Progetto Sidro”.
Cerimonia che è stata anche l’occasione, da parte di Roberto Burdese, presidente Slow Food Editore, di ricordare con un aneddoto legato proprio alla birra artigianale, Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food mancato il 21 maggio: “Carlo Petrini ha incontrato il tema della birra artigianale nella prima metà degli Anni Novanta negli Stati Uniti. Viaggiava spesso in quel Paese per costruire la rete di Slow Food e conobbe uno dei nostri primi soci e fondatori di un Convivium, Charlie Papazian - ha raccontato - Charlie era il leader degli homebrewers americani e spiegò a Carlo che, secondo lui, la strategia per far affermare Slow Food negli Stati Uniti avrebbe trovato maggiore successo nel parlare di birra artigianale piuttosto che di vino, com’era invece accaduto in Italia. Carlo colse immediatamente il valore e il significato di quel suggerimento e al ritorno da quel viaggio ci invitò a tenerne conto, ci chiese anche di drizzare le antenne rispetto a cosa accadeva nel settore brassicolo nel resto del mondo. Di lì a poco il movimento della birra artigianale prese le mosse anche in Italia e per noi fu del tutto naturale, assecondando l’intuizione di Carlo, dedicargli attenzione e considerazione. Un viaggio iniziato trent’anni fa che oggi trova nuove ragioni per stimolarci a portare avanti il nostro impegno a fianco dei produttori e di tutti quelli che amano la birra artigianale”.
Ma come per tutte le ricorrenze, anche questo evento è stata l’occasione per fare il punto della situazione e alzare l’asticella del settore. A tracciare la linea i curatori stessi della Guida, Eugenio Signoroni e Luca Giaccone: “se in questi primi trent’anni la birra artigianale italiana ha saputo costruirsi un’identità puntando soprattutto sulla creatività e sulla valorizzazione delle materie prime del territorio non caratterizzanti, come frutta, erbe, fiori o uva, nel futuro sarà importante iniziare a caratterizzare le birre impiegando materie prime italiane tipiche della produzione brassicola, come malto e luppolo - ha detto Signoroni - si tratta di una sfida più complessa, anche perché meno immediatamente riconoscibile da parte dei bevitori, che però siamo convinti, alla lunga, pagherà, consentendo di definire fino in fondo italiano il nostro prodotto”. “Il “Manifesto della birra artigianale” è un documento con cui intendiamo aprire una riflessione assieme ai produttori e al movimento Slow Food - aggiunge Giaccone - dopo 30 anni di storia ci sembra arrivato il momento di sedersi attorno a un tavolo e discutere della birra del futuro, come dev’essere fatta, che gusto deve avere, come si deve raccontare, a chi si deve rivolgere. È un percorso che sappiano non essere semplice, ma che crediamo necessario e, in un certo senso, anche urgente”.

Focus - “Guida alle Birre d’Italia” 2026 by Slow Food: i “Premi Speciali”
- Premio Valorizzazione del territorio alla Cantina Errante di Barberini Tavarnelle (Firenze)
- Premio Miglior Novità al Residual di Pietrauta (Perugia)
- Premio Costanza al birrificio Alder di Seregno (Monza Brianza)
- Premio Filiera italiana al birrificio Altavia di Quiliano (Savona)
- Premio Migliore offerta culinaria a Nidaba di Montebelluna (Treviso)
- Premio Miglior publican a Michele Galati di Caprino Bergamasco (Bergamo)
- Premio Migliore selezione di birre in bottiglia a Galaxy Beer Shop di Rubiera (Reggio Emilia)
- Premio Migliore selezione di birre alla spina al pub Glamour Hoppe di Catania
- Miglior Progetto Sidro a Apple Blood Cider and Perry di Terre d’Adige (Trento)

Focus - I 10 punti del “Manifesto della birra Slow”
1. La birra artigianale è buona - sulla qualità non transige - ed è costante, pur considerando la variabilità e la stagionalità delle materie prime e la legittima evoluzione della ricetta.
2. Parla un linguaggio semplice e comprensibile, rinunciando a termini troppo tecnici, è inclusiva, cerca di coinvolgere i nuovi bevitori, anche se non sono appassionati o estimatori.
3. Ha identità e personalità ben definite, non insegue le mode del momento, semmai cerca di creare nuove tendenze e non smette mai di voler essere creativa.
4. Cerca l’equilibrio gustativo, rinuncia a voler stupire al primo sorso e ricorda sempre di essere una bevanda democratica, popolare e socializzante.
5. Predilige le materie prime di filiera tracciata e breve, si preoccupa dell’impatto ambientale delle proprie scelte produttive e distributive, sa valorizzare i prodotti del territorio.
6. Informa il consumatore con indicazioni su conservazione e consumo: in frigo o in cantina? In quale bicchiere? In abbinamento a quale piatto? E conosce i propri limiti in termini di conservazione e freschezza.
7. È esplicita e si racconta nei particolari: non nasconde la provenienza dei malti e dei luppoli, non mente e non omette dettagli produttivi. Se usa coadiuvanti come enzimi o chiarificanti, lo dice con chiarezza.
8. Si concentra principalmente sul mercato di prossimità e non fa la guerra alle altre birre artigianali, ma anzi collabora per la crescita virtuosa di tutto il comparto.
9. Evita riferimenti sessisti e irrispettosi verso le culture diverse; rispetta i lavoratori, i distributori, i locali e i clienti, e ha un prezzo giusto: né troppo alto né troppo basso.
10. Conosce bene la tossicità dell’alcol e i suoi rischi per la salute, non suggerisce mai un consumo eccessivo, al contrario favorisce consapevolezza e moderazione.

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