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A “BUONO E BIO IN FESTA”

Nasce un’alleanza tra le città italiane impegnate nella “food policy” per lavorare insieme

La capacità produttiva di cibo nelle aree interne c’è, ma manca una domanda pubblica strutturata capace di valorizzarla per i cittadini

C’è il Consiglio del Cibo, strumento di governance partecipata che coinvolge oltre 250 soggetti collettivi, con il quale Roma Capitale garantisce ogni giorno 150.000 pasti biologici e a filiera corta nelle scuole pubbliche, su un territorio in cui 82.000 ettari su 128.000 totali sono verde e aree agricole, e che è il più grande comune agricolo d’Europa. O il Distretto Biologico di Firenze che riunisce imprese, associazioni e aziende agricole di 9 comuni del territorio su obiettivi condivisi di accessibilità economica del biologico, tutela ambientale e garanzie sul lavoro, con in progetto la trasformazione di una parte del mercato ortofrutticolo comunale in un food hub per le produzioni di prossimità per sostenere le piccole aziende biologiche. Ma anche l’esperienza di Perugia che costruisce le proprie food policy a partire dal contrasto allo spreco alimentare nelle 63 mense comunali, il sostegno ai Gruppi di Acquisto Solidale e Popolare (che includono una quota di cassette distribuite gratuitamente alle famiglie che non possono permettersela) e l’avvio di un Atlante del cibo per mappare gli attori della filiera locale. Melpignano, a Lecce, che con la microproduzione e il ritorno ai campi dei giovani garantisce l’accesso a cibo buono e di qualità a tutti, e il caso più recente di Genova che ha conquistato da un anno una delega in Assessorato alle Politiche del Cibo con una struttura amministrativa e una food policy da costruire quasi da zero. Sono alcune delle “case history” di città italiane impegnate nelle politiche del cibo approfondite a “Buono e Bio in Festa”, nei giorni scorsi, all’Orto Botanico di Roma, evento promosso dall’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-Fao, che ha riunito 5.000 visitatori, 42 relatori, più di 50 produttori e trasformatori provenienti da tutta Italia e rappresentanti di undici città e territori, per discutere il futuro delle food policy nel nostro Paese.
Un confronto, nel panel “Le città alla sfida del cibo sano, giusto e bio per tutti. La sicurezza comincia dalle politiche agroalimentari” - al quale hanno partecipato Francesca Ghio, vicepresidente Consiglio Comunale di Genova e consigliera delegata alle Politiche del Cibo, Valentina Avantaggiato, sindaca Melpignano, Paola Galgani, vicesindaca Comune di Firenze, David Grohmann, assessore all’Agricoltura Comune di Perugia, e Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti Roma Capitale - che ha portato alla formalizzazione di un’alleanza tra città italiane impegnate nelle politiche del cibo che hanno espresso la volontà di lavorare insieme, condividendo strumenti, modelli di governance e pratiche amministrative. E che individuano nelle aree interne uno dei nodi strategici attorno a cui costruire questa rete: rafforzare il legame tra i centri urbani e i territori agricoli che li alimentano, viene spiegato, è la condizione per rendere le città davvero sostenibili e restituire alle aree rurali le condizioni per non spopolarsi.
“Le città hanno la responsabilità di lavorare sulle politiche del cibo, che è il primo diritto degli esseri umani, ancor prima dell’abitare - ha affermato Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti Roma Capitale - se si parla di lotta alle diseguaglianze occorre partire da qui, con un’azione che è economica, ma anche culturale: a Roma, le sacche territoriali a maggior disagio economico corrispondono paradossalmente a quelle di maggior spreco alimentare. È la politica del cibo a 0,99 euro al chilo, che massacra gli agricoltori e riempie i frigoriferi di alimenti non necessari e di scarsa qualità, spinti dalla forza pervasiva della logica della grande distribuzione”. E per invertire questo macro trend, secondo Alfonsi, “servono politiche che partano dalle città: i comuni hanno la responsabilità della salute dei cittadini, e uno dei primi passi è la prevenzione attraverso scelte alimentari più sane, che rispettino l’ambiente. Servono politiche di coinvolgimento sociale, a partire dagli orti urbani. Ma anche stabilire un rapporto importante con le aree interne. Lavorare sulla coltivazione e sull’agricoltura biologica nelle zone di colline e montagna, lontane dai flussi economici predominanti, significa provare a invertire, o almeno calmierare, quel trend che porterà il 70-75% della popolazione mondiale a vivere nelle città, che sono aree di inquinamento. Ridare vita alle terre interne significa restituire alle città la possibilità di essere davvero sostenibili”.
Un altro asse del confronto tra amministrazioni locali ha riguardato i territori che producono il cibo consumato nelle città. Le aree interne rappresentano quasi l’80% del territorio nazionale, sono abitate dal 25% della popolazione e custodiscono il 92% delle Dop italiane. Eppure tra il 2000 e il 2020 le aziende agricole italiane si sono ridotte del 52%: oltre 1,2 milioni di realtà scomparse, l’80% delle quali nelle aree interne. L’Italia ha già raggiunto in diverse regioni l’obiettivo europeo del 25% di superficie coltivata a biologico entro il 2030: la capacità produttiva c’è, quello che manca, viene sottolineato, è una domanda pubblica strutturata capace di valorizzarla. Le scelte di acquisto delle grandi città, nelle mense scolastiche, nella ristorazione ospedaliera, nei mercati contadini, sono uno degli strumenti più diretti per sostenere la tenuta economica di questi territori.

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