L’ortofrutta è un settore strategico del made in Italy per un valore alla produzione di 17 miliardi di euro, pari al 26% dell’agroalimentare italiano - con un export che, tra frutta fresca e trasformata, è stato di 12,9 miliardi (il 18% sul totale agroalimentare, dati Nomisma, con un peso anche maggiore a quello del vino, che, nel 2025, si è fermato a 7,7 miliardi di euro, ndr). Un comparto centrale per l’agroalimentare italiano e che è di scena a Macfrut n. 43, la fiera della filiera internazionale dell’ortofrutta, a Rimini Expo Centre, da oggi al 23 aprile.
Dove si celebrano i primati del comparto, ma si fa anche il focus sulle sfide che deve affrontare. Per esempio, sottolinea la Cia-Agricoltori, con il presidente Cristiano Fini, “l’export ortofrutticolo italiano ha raggiunto picchi storici, con una crescita, nell’ultima annata, dell’11% in valore e dell’8% in volume, pari a 4 milioni di tonnellate, ma dietro il dato record si apre una frattura strutturale: la carenza di manodopera. Al comparto mancano più di 120.000 addetti qualificati e apprendisti under 30”. Con “il destino del comparto - torna a ripetere Cia- resta comunque in bilico a causa di una carenza di personale che è ormai un dramma sistemico per il settore”. Per questo Cia - Agricoltori Italiani punta il dito sulle magagne burocratiche e sui limiti del decreto flussi che, nonostante i progressi, genera ancora ritardi tra le domande presentate e l’ingresso reale dei braccianti, aprendo varchi al lavoro nero. Parallelamente, i lavoratori italiani calano e invecchiano, con i giovani disincentivati per via di meccanismi d’accesso che ostacolano contratti stabili e continuità lavorativa. D’altronde, ha ricordato il vicepresidente Confagricoltura, Sandro Gambuzza, la competitività del settore “non va data per scontata, deve essere alimentata, accresciuta con strategie adatte ai tempi che si vivono. Ciò vale ancora di più oggi, in questa fase di incertezza e difficoltà”. Anche perchè, quando si parla di ortofrutta, si parla di un comparto che incide per oltre il 20% sul valore della produzione agroalimentare nazionale, ha sottolineato il presidente Confcooperative, Raffaele Drei, evidenziando come in Italia, al settore, però, “arrivano 300 milioni all’anno, ossia solo il 4% dell’ammontare complessivo della spesa Pac. Non cambia di molto il quadro a livello comunitario, dove le risorse destinate all’ortofrutta nella Ocm di settore incidono per meno del 2% sul budget complessivo comunitario, a dispetto di un peso economico pari al 14% di tutto il valore dell’agroalimentare Ue”. Con Drei che ha posto così l’attenzione su quello che è a tutti gli effetti un “notevole squilibrio, in particolare a livello nazionale, tra il valore prodotto dal settore e l’ammontare degli aiuti che riceve. Ecco perché noi continuiamo con forza a chiedere di mantenere e di rafforzare ulteriormente l’Ocm ortofrutta. Anche in considerazione dei tagli previsti al budget agricolo nella nuova programmazione comunitaria, è legittimo chiedere che vengano mantenuti livelli di aiuti analoghi al precedente periodo. È stato proprio grazie all’Ocm che l’ortofrutta - ha spiegato Drei - è riuscita in passato a superare crisi drammatiche, in virtù della capacità delle Organizzazioni professionali di stimolare l’innovazione, la concentrazione e la programmazione dell’offerta e garantire una distribuzione del valore lungo tutta la filiera. In particolare, le misure agroambientali hanno aiutato le imprese a far fronte alle conseguenze di alcune scelte politiche spesso eccessive derivanti dalla strategia del Green deal, che hanno messo a dura prova la capacità produttiva dell’Ue. Tanta strada è stata fatta - ha concluso il presidente Confcooperative - e ora è di fatto impossibile procedere con ulteriori forzature. Auspichiamo piuttosto che vengano presto introdotte nuove tecnologie come le Tea e le Rna”.
Intanto, però, le imprese guardano avanti, ed “un’impresa ortofrutticola su 5 ha già digitalizzato la propria azienda con soluzioni di agricoltura 5.0 per ridurre il consumo di fertilizzanti, acqua ed energia, coniugando la spinta verso la sostenibilità delle produzioni all’esigenza di ridurre i costi e la dipendenza dagli approvvigionamenti esterni”, secondo il primo censimento in Europa sulla maturità digitale delle aziende agricole effettuato dal Polo innovazione Agricoltura Digitale by Coldiretti Next, diffuso a Macfrut. Tra le imprese agricole ortofrutticole che hanno investito sulla digitalizzazione, la più gettonata è quella dell’ottimizzazione dei consumi energetici (26%) e dell’acqua (26%), subito davanti alla riduzione del consumo di fertilizzanti e agrofarmaci (25%). Importante anche la generazione di energia sostenibile (agrivoltaico, biogas, ecc.), con il 18%, seguito dal contenimento dei costi di trasporto (5%). La strategicità per le imprese di contenere l’utilizzo degli input di produzione è oggi resa ancora più evidente dalla crisi energetica scatenata dal conflitto in Iran - sottolinea la Coldiretti - che ha fatto salire alle stelle i costi dei fertilizzanti come l’urea, balzata a 865 euro a tonnellata, contro i 585 di prima della guerra (+48%). Pesa anche l’incremento dei costi del gasolio agricolo che minaccia di far saltare le semine e i trapianti primaverili. Il prezzo è passato da circa 0,85 euro al litro fino a 1,61 euro al litro rispetto all’inizio dell’anno. Ma intanto, l’innovazione nel settore passa anche dalle Tea, le nuove tecniche genomiche che consentono di intervenire in modo mirato sul Dna della pianta senza introdurre materiale genetico esterno, accelerando processi naturali di adattamento, ribadisce Coldiretti. “Non si tratta di nuove specie, ma di un’evoluzione delle varietà esistenti, in grado di sviluppare una maggiore resistenza agli effetti dei cambiamenti climatici. Accanto alla digitalizzazione sono diventati sempre più strategici per il settore i contratti di filiera, uno strumento che valorizza la produzione nazionale, garantendo equa distribuzione del valore, tracciabilità e sostenibilità e dando certezze operative e redditività stabile alle imprese. Grazie al lavoro di Fdai - Firmato dagli Agricoltori Italiani, nel 2025 sono stati venduti 30 milioni di kg di ortofrutta per 38 milioni di euro di fatturato; nei primi 3 mesi 2026 si contano già 8 milioni di kg e 11 milioni di euro”, conclude Coldiretti.
Eppure, il sostegno delle istituzioni al settore non manca, come ricordato dal Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida: “siamo qui a Macfrut, la principale fiera della filiera ortofrutticola, settore per il quale abbiamo reso disponibili finanziamenti diretti sulle filiere e sul Pnrr che superano i 2 miliardi, e ne sviluppano quasi 3 di investimenti, e a cui si aggiungono interventi su energia, agrisolare e logistica. Continueremo a lavorare in questa direzione perché è una filiera di qualità e capace di creare ricchezza, lavoro e anche sviluppo. Eventi come questo sono fondamentali per la promozione del Sistema Italia e per rafforzare la presenza sui mercati internazionali. Macfrut 2026 è la prova della nostra capacità di essere all’avanguardia e di rappresentare un’opportunità per lo sviluppo di altre nazioni, come quelle africane o mediorientali. Macfrut è più di una fiera, è l’occasione di creare rapporti e rafforzare legami con altri Paesi del mondo”.
Dal canto suo, Lorenzo Galanti, dg Italian Trade Agency, ha sottolineatolo lo come “l’agenzia Ice porta a Macfrut 2026 oltre 900 operatori esteri qualificati da oltre 80 Paesi, più del doppio sul 2025. Sono già previsti oltre 5.000 incontri business to business tra operatori esteri e aziende espositrici italiane. Si tratta di un vero salto di qualità per una fiera già molto internazionalizzata come il Macfrut, che espone una intera filiera di primaria rilevanza per il nostro export e illustra le ultime tendenze in fatto di innovazione e sostenibilità. L’obiettivo è favorire, con il Ministero degli Affari Esteri e quello dell’Agricoltura, per tutti i segmenti della filiera ortofrutticola, una diversificazione dei mercati di esportazione per far fronte alle sfide di oggi e continuare a esportare l’eccellenza italiana nel mondo”.
A ribadire i numeri del comparto, è stata, invece, Ersilia di Tullio, Responsabile Strategic Advisor Nomisma, che ha presentato una indagine su “Mercati internazionali e Ortofrutta italiana: una sfida geopolitica, standard di sostenibilità competitività”. Dai dati Nomisma emerge che il settore ortofrutticolo in Italia coinvolge oltre 150.000 imprese per una superficie di 887.000 ettari. Il valore alla produzione è di 17 miliardi di euro, pari al 26% dell’agroalimentare italiano. L’export di ortofrutta fresca e trasformata nel 2025 è stato di 12,9 miliardi e incide del 18% sul totale dell’agroalimentare. Negli ultimi 6 anni (2020-2025) in doppia cifra è stata la crescita dell’export sia di ortaggi (+38,1%) che della frutta (+37,1%). Riguardo i mercati l’export del fresco è concentrato prevalentemente nell’Unione Europea tanto da incidere dell’83% per gli ortaggi e il 76% per la frutta. L’Italia è all’undicesimo posto mondiale nell’esportazione di ortaggi e al dodicesimo nella frutta fresca. L’indagine ha evidenziato due criticità del settore. Anzitutto l’instabilità geopolitica che incide direttamente sulla continuità e sui costi delle catene logistiche, che per l’ortofrutta fresca sono particolarmente critiche. In secondo luogo il cambiamento climatico e le emergenze fitosanitarie che generano effetti rilevanti sulle produzioni agricole con l’ortofrutta fra le colture più esposte.
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