“Vat’s the problem”, l’Iva è il problema. Questo è il motto della campagna nata nel Regno Unito per chiedere al Governo di ridurre l’aliquota Iva nel settore della ristorazione e dell’ospitalità e portarla dal 20% al 10%. A capo del movimento “#VATsTheProblem”, che, dal 1 giugno ha già raccolto già oltre 255.000 firme, c’è lo chef stellato Tom Kerridge, uno dei più importanti del Regno Unito e famoso per aver elevato la cucina da pub britannica a livelli altissimi. Ma l’iniziativa (si legge nel sito del progetto), ha ricevuto il supporto di importanti gruppi del settore dell’ospitalità, tra cui UKHospitality, la British Beer and Pub Association, il British Institute of Innkeeping e Code Hospitality. “I nostri pub, ristoranti, caffè, hotel, locali notturni e molti altri - spiegano i promotori - sono il cuore pulsante delle nostre comunità. Riuniscono le persone e danno vita alle nostre città, paesi e villaggi, ma sono sottoposti a un’enorme pressione a causa dell’aumento dei costi”.
In particolare, nel Regno Unito si paga una delle aliquote Iva più alte d’Europa (è il secondo Paese, ndr), pari al 20%, e la richiesta è di portarla al 10%, seguendo il modello di altri Paesi europei (come, ad esempio, Italia, Francia e Spagna). “La maggior parte dei Paesi europei - viene affermato - sa quanto sia importante il settore dell’ospitalità per la società e sa che paga troppe tasse. Per questo lo sostengono con aliquote Iva più basse. Il Regno Unito merita lo stesso trattamento. Unendoci e firmando la petizione, possiamo contribuire a proteggere i posti di lavoro, sostenere le attività commerciali locali e garantire un futuro più solido al settore dell’ospitalità”.
Un’aliquota Iva al 10% permetterebbe “di sostenere i nostri pub, ristoranti, caffè, hotel, bar, discoteche, festival e molte altre realtà. Un’aliquota Iva più bassa ridurrà la pressione sui costi che grava sul nostro settore e consentirà a un maggior numero di locali di rimanere aperti, anziché chiudere definitivamente. Perché quando le attività del settore dell’ospitalità chiudono, le comunità perdono molto più che semplici posti dove mangiare e bere: perdono legami, opportunità e identità locale. E la gente perde il lavoro. Solo negli ultimi 2 anni sono andati persi 100.000 posti di lavoro (tanti i pub che hanno chiuso recentemente, ndr) e molti lavoratori hanno visto ridursi le proprie ore lavorative. Ma non deve essere per forza così. Le attività del settore dell’ospitalità nelle nostre città e nei nostri paesi significano vie commerciali più vivaci, più posti di lavoro per la popolazione locale e una maggiore scelta per i consumatori. E ovviamente, un settore dell’ospitalità fiorente è anche un settore in grado di mantenere i prezzi più accessibili per il pubblico”.
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