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Simposio Masters of Wine: per il genetista José Vouillamoz, dal climate change il vino si salva grazie alla stessa vite, il cui potenziale non è ancora stato sfruttato al massimo. Ma esempi di sperimentazioni ci sono, come Caprai con il Sagrantino

Cambia il clima globale. Nuovi luoghi del produrre vino si stanno sviluppando, Cina e India per esempio, ma emergono anche produzioni nella fascia tropicale o in zone estreme come la Scandinavia o la Nuova Scozia, dove si comincia, o si torna, a coltivare la vite. Aumenta la domanda di vino a livello mondiale, nuovi mercati si stanno aprendo, cambiano anche i gusti degli opinion leader e della critica enologica in generale, che richiedono sempre di più vini in cui l’uso della barrique sia più elegante, cioè ridotto, e le acidità siano più importanti (una tendenza fotografata dai Masters o f Wine anche nel cosiddetto “Nuovo Mondo”). L’interscambio di vini sfusi è più fitto, aumentano la produzione e la diffusione dei vini bio. Ma il mondo del vino rimarrà legato ai canoni con cui l’abbiamo conosciuto fino ad oggi? Se lo sono chiesto i Masters of Wine, a Firenze, nel convegno “Un nuovo mondo del vino: come sta cambiando la mappa della viticoltura”, nel Simposio Internazionale Masters of Wine (Firenze, 15-18 maggio 2014). Per il genetista e ampelologo José Vouillamoz molte alternative per il futuro del mondo del vino vengono dalla stessa vite, il cui potenziale non è ancora stato sfruttato al massimo. Ma ci vogliono nuove sperimentazioni, e ci sono esempi che possono essere presi come punto di partenza, come quello “del Sagrantino in Italia, riscoperto dopo decenni di oblio da Caprai. Tutti casi in cui il successo di questi vitigni è stato una vera e propria scoperta”.
“Il cambiamento climatico, alla fine del 2013 - spiega Gregory Jones, climatologo della Southern Oregon University - ha fatto registrare il quarto picco di innalzamento delle temperature negli ultimi 50 anni e solo il 1998 è stato ancora più caldo. Il processo di global warming sembra rallentare, mantenendo però le temperature dei periodi più caldi a livelli altissimi, specialmente per il fatto che l’Oceano Pacifico ha assorbito in parte questo calore, che però, evidentemente restituirà. Caratteristica di questo periodo è, poi, la forte oscillazione delle temperature che negli inverni restituiscono, di contro, anche picchi di temperature rigidissime pur risultando in generale più temperati. Si tratta di un cambiamento allargato ed esteso che interessa l’intero globo. In vigna crescono fenomeni come la riduzione dei danni da gelate, l’alterazione dei profili di maturazione di alcune varietà, una diversa risposta agli anticipi delle fasi fenologiche, la mutazione della fertilità dei terreni, erosione degli stessi a causa delle precipitazioni piovose più rare, ma più intense, e l’aumento della Co2 nell’aria, quest’ultimo fenomeno, probabilmente, capace di incidere sui tempi di invecchiamento del vino. Una serie di eventi che incidono sullo stile dei vini, con prospettive di cambiamento molto prossime. Una sfida, insomma, che - conclude Jones - impegnerà l’intera industria enologica anche sul piano della ricerca di nuove vie sia in vigna che in cantina, accanto a quelle indicate dalla sostenibilità globale”.
Una prospettiva della narrazione sul vino che trova una ulteriore sollecitazione nelle nuove dinamiche che interessano o interesseranno la protagonista assoluta di questa vicenda: la vite. “Il potenziale genetico della vite - illustra il genetista e ampelologo José Vouillamoz - non è stato ancora sfruttato al massimo e questo consegna al mondo del vino molte alternative future, specialmente guardando alle problematiche che nascono e nasceranno dalle mutazioni del clima. Tre sono le opzioni più importanti per contrastare questo tipo di criticità per la vite, costruendo individui capaci di rispondere alle nuove sollecitazioni: l’incrocio, gli ibridi e la vite geneticamente modificata. Non è tanto una questione di stabilire quale sia il metodo o la strada migliore - prosegue Vouillamoz - quanto quello di impegnarsi in nuove sperimentazioni. A Bordeaux, per esempio, dal 2009 stanno lavorando sulla “particella 52” un vigneto in cui sono coltivate oltre 300 varietà diverse da quelle storicamente allevate nel Medoc. Insomma, la questione è quella di individuare il futuro delle varietà di vite da vino. Peraltro, esistono esempi che già possono essere presi come punti di partenza. Penso al caso dello Zinfandel negli Usa, del Carmenere in Cile, del Malbec in Argentina o del Sagrantino in Italia, riscoperto dopo decenni di oblio da Caprai. Tutti casi in cui il successo di questi vitigni è stato una vera e propria scoperta”.
E fra cinquanta anni i vitigni più importanti saranno gli stessi? Il genetista-ampelologo prova a fare delle previsioni sul futuro: “In Francia credo che diventeranno importanti vitigni come il Counoise e il Verdesse e in Italia, nonostante l’abbondanza di vitigni tradizionali, potrebbero emergere il Lagrein e il sardo Nieddera, riscoperto da Contini. Tutti vitigni le cui caratteristiche principali sono l’intensità cromatica e la leggerezza. Per adesso, “vincono” Tempranillo, Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot”.
Comprendere dove il mondo del vino andrà e soprattutto quali siano i margini di successo ed espansione delle aziende che si impegnano non solo su più territori ma anche su più continenti, resta molto difficile. Vale però quanto afferma Christophe Salin, Ceo Domaines de Baron Rothschild: “dopo cento anni, abbiamo cominciato a capire che avevamo successo e quindi ci siamo espansi oltre i confini del nostro Château”.

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