Che nel settore del vino e nelle aziende, di ogni dimensione, ci sia preoccupazione per lo scenario macroeconomico e geopolitico che, insieme ad altri fattori (perdita del potere di acquisto, cambiamento generazionale, “salutismo”), penalizza i consumi, e, quindi, incide sulle vendite e sulle marginalità delle cantine, è un dato di fatto. E tra i “sintomi” di questo nervosismo legittimo che attraversa il settore, emerge un’accelerazione, in qualche modo anomala, rispetto alla norma, del “turnover” di manager, direttori generali e responsabili vendite (Italia o estero) tra le cantine del Belpaese, come si nota dai tanti comunicati di nuove nomine che arrivano copiosi, negli ultimi mesi, così come dai confronti che WineNews, nel suo raccontare il mondo del vino, ha quotidianamente con tanti imprenditori del settore.
I motivi possono essere tanti. In primis, da quello che si respira o dalle chiacchiere a microfoni spenti, incidono le crescenti complessità del mercato, che, in molti casi, portano le aziende a dover rivedere i propri piani legati a risultati magari sotto le attese, per cui si tenta la via di un cambio di management. Un po’ come avviene, per fare un paragone banale, con le squadre di calcio che cambiano allenatore, sperando in un inversione di rotta o, comunque, in un miglioramento delle performance legato a competenze, rapporti e visioni diverse rispetto allo “status quo”.
Ancora, va tenuto conto del fatto che, nel mondo del vino italiano, un grandissimo numero di imprese è rappresentato da realtà a guida familiare che si stanno confrontando con il delicatissimo tema del passaggio generazionale ai vertici delle aziende, e, per mille motivi, la “vecchia generazione” sceglie di affidarsi a manager esterni da affiancare alla “new generation”, anche in virtù, appunto, di uno scenario di mercato del vino sempre più difficile e competitivo, e che richiede una gamma di competenze probabilmente più ampia che nel recente passato. Altro aspetto, sempre in parte legato al passaggio generazionale, ma anche alla proprietà familiare in generale, è quello che riguarda, non di rado, la diversità di visioni e ambizioni tra i soci-familiari delle aziende stesse, che, laddove non sfoci in divisioni aziendali o cessioni di quote, spesso richiede l’intervento di managerialità esterne per essere gestita.
Altro aspetto che emerge, soprattutto quando il turnover riguarda il livello dei responsabili vendite, è il tentativo di alcune realtà, soprattutto di maggiori dimensioni o più articolate, di investire sempre di più su una rete vendita sotto il proprio diretto controllo, che, ovviamente, ha bisogno di figure in grado di dirigerla e coordinarla, che in moltissime aziende ancora mancano. E poi, segnala qualcuno, un po’ di turnover deriva dal fatto che, soprattutto negli ultimi anni, diversi manager siano arrivati da settori diversi da quello del vino, o per scelte aziendali precise, o anche per i tanti investimenti in aziende di vino arrivati da diversi gruppi imprenditoriali attivi in altri settori, che hanno portato nel vino il loro management. Ma che, spesso, si sono trovati ad affrontare uno scenario di mercato nettamente mutato, da un trend forte e continuativo di crescita, soprattutto all’export, ad una tendenza alla contrazione dei mercati che, ormai, perdura da almeno 2-3 anni in maniera evidente.
Ma, in positivo, va considerato anche il fatto che, nonostante le difficoltà del periodo, ci sono anche aziende che continuano a performare bene, soprattutto quelle con un brand forte e, affermano, che investono per espandersi ancora, rinforzando le fila del proprio management, ma questa sembra più un’eccezione che la regola.
Più in generale, infatti, emergono tanti elementi ed aspetti critici che, dunque, sembrano avere, tra le loro conseguenze, un turnover di managerialità molto più intenso rispetto al recente passato nel mondo del vino. Che sembra confermare, per contrapposizione, il vecchio adagio “squadra che vince non si cambia”. Ma, così come avviene per le squadre di calcio, per tornare alla metafora iniziale, non sempre un cambio di panchina è sufficiente a risolvere problemi che, a volte, possono essere più strutturali che contingenti.
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