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Ve lo ricordate com'era il Barolo?

Non proprio in era giurassica (stiamo parlando di una cinquantina di anni fa o meno, a dire il vero), si puntava sul Dolcetto e si regalava il Barolo. Sì proprio così, come se fosse il vino meno nobile che stava nelle cantine della zona. Oggi, la musica è decisamente cambiata e, forse, troppo in fretta. Tant’è che a guardare il mondo del vino italiano in generale è innegabile notare una certa tendenza alla speculazione (specialmente nel valore dei terreni) nelle zone ritenute più significative. Un fenomeno che, alla fine, non riesce a riverberarsi sui vini, che continuano in generale a costare poco, almeno guardando ai prezzi praticati dai nostri veri competitor e cioè i francesi. Nel Barolo le quotazioni dei Cru più prestigiosi ormai sono attestate anche oltre i 2,5 milioni di euro, ma non trovano una corrispondenza generalizzata nel prezzo dei vini là prodotti. Poi c’è anche il fatto che tutti gli oltre 2.000 ettari a Nebbiolo da Barolo non sono soggetti a questi prezzi. Insomma, il problema del Barolo (e del vino italiano che ambisce ad un ruolo davvero di rilievo) è quello di far crescere il valore delle bottiglie. Non sfugge per il Barolo l’analogia con la Borgogna, terra da vino composta di una moltitudine di produttori che si dividono i vigneti dei Cru, come succede a Castiglione Falletto o a Monforte. Ma con diverso valore delle etichette, appunto. Nel Barolo ci sono oltre 1.200 proprietari di vigneti, ma è lecito chiedersi se tutti conducano il medesimo tenore di vita (benché buono, c’è da aggiungere). Purtroppo, non si vedono mosse, e non dei singoli, in grado di gestire il fenomeno. Ma d’altra parte la nostra viticoltura è ancora giovane, non è vero?

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