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VERSO IL “FORUM DI BORMIO”

Medio Oriente, 7 aziende agroalimentari su 10 preoccupate per la tenuta del proprio mercato

Survey di The European House - Ambrosetti su 500 imprese italiane: ma per 8 su 10 il fatturato 2026 crescerà. Rincari preoccupano più dei dazi

La crisi in Medio Oriente pesa anche sulle prospettive della filiera agroalimentare italiana, cresce, di giorno in giorno, la preoccupazione delle imprese del settore e, tra i fattori critici, all’inflazione energetica si affianca anche il costo per l’approvvigionamento delle materie prime anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo un’indagine di The European House Ambrosetti - realizzata in vista del Forum Food & Beverage 2026 di Teha, edizione n. 10 (Bormio, 5-6 giugno), appuntamento di riferimento per esperti, istituzioni e protagonisti della filiera agroalimentare italiana - condotta dopo l’avvio del conflitto, su un campione di oltre 500 aziende agroalimentari italiane, 7 su 10 sono preoccupate per la tenuta del proprio mercato a causa della crisi internazionale, con 4 su 10 che si dichiarano “molto preoccupate” (si tratta, soprattutto, di piccole e medie imprese e tra chi negli anni ha sviluppato strategie meno strutturate di export e sostenibilità).
L’inflazione energetica si conferma il fattore di crisi più rilevante per il settore agroalimentare, indicato dal 63,5% del campione, seguito dall’aumento dei costi delle materie prime (36,2%) e dalla mancanza di manodopera (34%). Il cambiamento climatico, pur restando una sfida strutturale per la filiera, appare oggi meno centrale nelle priorità immediate delle imprese: solo 14 aziende su 100 lo indicano tra i temi più urgenti del momento.
Per le aziende agroalimentari che esportano oltre il 25% del fatturato, l’incremento dei costi dell’energia rimane la prima criticità (47,2%), davanti alle tensioni geopolitiche ed ai ritardi nell’approvvigionamento delle materie prime (30%,) con i dazi che sembrano, invece, aver perso centralità: solo il 15% delle imprese esportatrici li considera, oggi, una problematica rilevante.
“Il settore agroalimentare italiano sta attraversando un momento particolarmente complesso, segnato da tensioni geopolitiche, volatilità dei costi energetici e difficoltà di approvvigionamento - ha dichiarato Valerio De Molli, Managing Partner e Ceo Teha - eppure dalle nostre rilevazioni emerge un dato molto importante: prevale un sentiment positivo sull’andamento del fatturato, che aumenta guardando al futuro, soprattutto tra le grandi aziende. Per quasi 8 imprese su 10 il fatturato dei prossimi 12 mesi sarà in crescita. È un segnale di fiducia che conferma la solidità industriale della filiera e la capacità del made in Italy agroalimentare di reagire anche nelle fasi di maggiore incertezza”.
E i dati elaborati dalla Community Food & Beverage di Teha confermano il ruolo centrale della filiera agroalimentare per il “Sistema Paese” e la sua crescita negli ultimi anni. Nel 2024 il settore ha raggiunto 269,9 miliardi di euro di fatturato (193,3 miliardi dall’industria e 76,6 miliardi dal comparto agricolo, +42% sul 2015), mentre gli investimenti hanno toccato quota 18,6 miliardi di euro. Sono 3,4 milioni le persone complessivamente occupate (485.000 nel Food & Beverage e 2,9 milioni nel comparto agricolo, +5,9% dal 2015). E del record storico di 70,9 miliardi di euro per quanto riguarda l’export nel 2024, 60,9 miliardi sono riferiti al Food & Beverage e 10 miliardi al comparto agricolo (+94,3% sul 2015). La Lombardia, in particolare, si conferma la prima regione italiana per fatturato (50 miliardi di euro), valore aggiunto (11 miliardi di euro) ed export agroalimentare (11,7 miliardi di euro, il valore più alto a livello nazionale) e si posiziona, inoltre, al terzo posto in Italia per fatturato legato alle produzioni certificate, con 2,9 miliardi di euro, e al terzo posto per occupazione, con 129.000 occupati nell’intera filiera.
“Il futuro del made in Italy passa dalla capacità di superare momenti complessi come quello che stiamo vivendo - ha concluso Benedetta Brioschi, responsabile Food & Retail, Teha Group - negli ultimi anni il picco inflattivo sui beni alimentari è stato più elevato rispetto all’indice generale dei prezzi e il conflitto nel Golfo apre nuovi scenari di pressione sui prezzi, con un possibile aumento dell’inflazione fino a 0,7 punti percentuali in più nel resto del 2026. Dalle nostre ultime rilevazioni emerge un approccio alla spesa alimentare sempre più polarizzato: il 66% delle famiglie a basso reddito sceglie il prezzo come prima leva di acquisto, mentre il dato scende sotto alla qualità, con il 39% delle preferenze, per le famiglie ad alto reddito”.

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