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IL PREMIO

Il Sassicaia 2015 al n. 1 di WS. Incisa della Rocchetta: “nella tradizione del vino italiano”

Il vino icona della griffe bolgherese della famiglia Incisa della Rocchetta, creato da Tachis, è il n. 1 della “Top 100” del magazine Usa

Dopo aver messo d’accordo le guide del Belpaese, il Sassicaia 2015, il vino mito della Tenuta San Guido, la griffe di Bolgheri della famiglia Incisa della Rocchetta, creato nella vendemmia 1968 dall’enologo che ha firmato il Rinascimento del vino italiano, Giacomo Tachis, conquista il primo posto della “Top 100” 2018 del magazine Usa Wine Spectator, portando così l’Italia nell’Olimpo del vino mondiale, a braccetto con altre due etichette tra le prime dieci della classifica: il Chianti Classico Riserva 2015 di Castello di Volpaia, storica azienda di Radda in Chianti, alla posizione n. 3, e l’Etna San Lorenzo 2016 di Tenuta delle Terre Nere di Marco de Grazia, al n. 9. Per il Sassicaia è una prima volta, solo nel 1991, con l’annata 1988, è riuscito ad entrare in top 10 (al n. 5), mentre per il Belpaese enoico è la quarta volta sul gradino più alto del podio, dopo il Brunello di Montalcino 2001 Tenuta Nuova di Casanova di Neri nel 2006, l’Ornellaia 1998 di Tenuta dell’Ornellaia nel 2001 ed il Solaia 1997 nel 2000.
Con il Sassicaia, gli Incisa della Rocchetta hanno inventato in un sol colpo un modo di pensare e di fare vino in Italia, un territorio (tanto che il legislatore ha dovuto cucirgli addosso una Doc, praticamente su misura) e un termine di paragone con i grandi del pianeta per tutto il movimento vitivinicolo nazionale. “Non eravamo preparati ad una cosa del genere - commenta a WineNews Nicolò Incisa della Rocchetta - ma è una prima volta che ci riempie di gioia. Non so se si possa definire il Sassicaia come il più grande vino d’Italia, lasciamo che siano gli altri, in caso a dirlo, ma di certo è tra le maggiori espressioni enoiche del Paese. Ormai, a cinquant’anni dalla prima annata imbottigliata, possiamo ben dire che non è più un’innovazione, ma che appartiene a tutti gli effetti alla tradizione del vino italiano”.
Si completa così la top 10, con le posizioni già svelate nei giorni scorsi che vedono alla n. 4 il Rioja 890 Gran Reserva Selección Especial 2005 di La Rioja Alta, al n. 2 il bordolese Château Canon-La Gaffelière St.-Emilion 2015, il Brut Champagne Dom Pérignon Legacy Edition 2008 al n. 5, lo Chardonnay Carneros Larry Hyde & Sons 2016 di Aubert, dalla California, al n. 6, il Pinot Noir Chehalem Mountains Dopp Creek di Colene Clemens dall’Oregon, al n. 7, lo Châteauneuf-du-Pape 2016 de Le Vieux Donjon al n. 8, ed il The Bedrock Heritage Sonoma Valley 2016 di Bedrock al n. 10. Lunedì sarà svelato il resto della top 100, con l’Italia che, dall’alto, è pronta ad abbracciare tante altre etichette.

Focus - Il Sassicaia
Dire che questo vino bolgherese è uno dei più luminosi e celebrati esempi delle potenzialità enologiche del nostro Paese può risultare ridondante, addirittura scontato. Con quest’etichetta, alla fine degli anni ‘60, gli Incisa della Rocchetta hanno inventato in un sol colpo un modo di pensare e di fare vino in Italia, un territorio (tanto che il legislatore ha dovuto cucirgli addosso una Doc, praticamente su misura) e un termine di paragone con i grandi del pianeta per tutto il movimento vitivinicolo nazionale. La ricetta oggi sembra semplice, persino banale, ma se pensiamo a quei tempi non c’è niente di più rivoluzionario: sperimentazione di importanti varietà bordolesi (“del resto quelli erano i vini preferiti da mio padre Mario”, ama ricordare Nicolò Incisa della Rocchetta), uso di legni piccoli e poi la clamorosa degustazione del 1978 organizzata dalla rivista britannica Decanter che impone l’annata 1972 del Sassicaia (alla sua quarta uscita ufficiale) come il Cabernet più buono del mondo. Questi i primi passi per la costruzione del mito, che ha una forza tale da mantenere il suo appeal decisamente intatto (anche se non sono pochi coloro che considerano i Sassicaia degli anni ’80 i più riusciti), mettendo praticamente tutti d’accordo: dal semplice frequentatore occasionale del mondo del vino alla critica, passando per i super appassionati del settore. Il che, evidentemente, non significa che si tratta di un prodotto “piacione”, ma, piuttosto, di un vino che, come capita a pochissimi nel mondo, è riuscito a raggiungere una sua “oggettiva” bontà, in grado di appagare il profano come il super-esperto.

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