Il tema della crescita dell’inflazione e del calo del potere di acquisto dei consumatori, in Italia come altrove, negli ultimi tempi è diventato centrale per ogni categoria. E anche nel vino, a fronte di una diminuzione dei consumi che appare marcata soprattutto nel fuoricasa, dove i ricarichi sono maggiori, è un argomento molto dibattuto, di cui ci siamo più volte occupati su WineNews, anche chiedendo la loro visione ad alcuni dei più importanti distributori italiani, dal Gruppo Meregalli a Cuzziol Grandivini, da Sagna a Sarzi-Amadè, da Pellegrini a Partesa, ad Heres. E sui prezzi dei vini, diventati forse troppo elevati anche “franco cantina”, in alcuni casi, è tornato nei giorni scorsi (in questa nostra intervista), anche Oscar Farinetti, fondatore Eataly e produttore di vino in Piemonte, e non solo.
Ma a ben vedere, a fronte dei prezzi al consumo di tante merci che, in 10 anni, sono aumentanti in maniera sensibile e considerevole, dall’energia agli alimentari (+25% solo dal 2021 al 2025, secondo i dati Istat), il vino, almeno in Italia, è uno dei prodotti che ha visto il minor aumento. Perché, secondo dati Eurostat elaborati dalla Federal Reserve Economic Data (Fred) e analizzati dall’American Association of Wine Economics, guardando alle variazioni dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo per il vino, dal 2015 al 2025, l’Italia ha registrato un aumento del +7,4%, il minore in assoluto tra i Paesi europei selezionati, visto che aumenti minori si sono registrati solo in Svizzera (+4,8%). Guardando agli altri Paesi europei selezionati per il confronto, tra i mercati più importanti per il vino, la Germania ha fatto +22,6%, la Francia +25,7%, la Spagna +27,4%, così come il Belgio.
Forte è stata “l’inflazione enoica” anche nel Nord Europa, dove si va dal +22,6% della Finlandia al +30,9% della Norvegia, passando per il +27,1% della Svezia, per esempio, mentre fa eccezione la Danimarca (+7,8%). Ma ancora più forte è stata la crescita dei prezzi al consumo nella vasta area dell’Est Europa, perché se la Polonia fa +25%, si va poi dal +33% di Lettonia e Slovenia, al +91% della Croazia, ma con tanti Paesi sopra al +40%, come Albania, Estonia, Slovacchia e Ungheria, ed altri tra il +50% ed il +60% come Romania, Lituania e Montenegro, fino al +67% della Bulgaria. Mentre spicca, come dato statistico, il +1.581% della Turchia, seppur in un mercato con volumi di consumo bassissimi oggi, e pressoché inesistenti 10 anni fa.
Un aumento dell’indice dei prezzi che, in tanti Paesi, ad una prima lettura del dato, va di pari passo con la crescita delle importazioni di vino nei diversi mercati. Ma che, più in generale, viene da pensare, può essere legato anche al passaggio “culturale” del vino, da bene di consumo quotidiano, a bene voluttuario. E che riflette, nei fatti, quel fenomeno della “premiumisation”, che ha caratterizzato come macro trend gli ultimi 10 anni del mercato del vino.
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