Se le tensioni tra Stati Uniti e Canada hanno contribuito al crollo dei vini made in Usa negli scaffali dei negozi del Paese della foglia d’acero, aprendo, di fatto, nuove opportunità per i vini europei, Italia compresa, la crescita dei vini del Vecchio Continente nello Stato del Nord America è in realtà un fenomeno iniziato da più tempo. Dopo l’entrata in vigore dell’accordo Ceta nel 2017, infatti, i vini europei hanno registrato una crescita media annua del +5,1% nel mercato canadese, a fronte del +1,4% dei vini extra-Ue, segnando un rafforzamento strutturale del posizionamento europeo in un mercato ad alto potere d’acquisto e sempre più orientato alla qualità. È questo il dato principale evidenziato da uno studio del Centro Studi Fondosviluppo/Confcooperative, presentato nei giorni scorsi, a Vinitaly 2026 a Verona, in un walk around tasting b2b organizzato da Confcooperative in collaborazione con Ice Agenzia e sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, che ha coinvolto 50 cantine cooperative e oltre 90 buyer internazionali.
“A dieci anni dalla ratifica del Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement, il trattato internazionale che sancisce un accordo commerciale di libero scambio tra Canada e Ue, ndr) - ha sottolineato Raffaele Drei, presidente Confcooperative Fedagripesca - l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada si conferma, quindi, uno strumento decisivo per la crescita e il rafforzamento competitivo del vino italiano e dell’intero agroalimentare nazionale, un accordo che ci ha consentito di consolidare la presenza del made in Italy e di ridurre il gap con i principali competitor”.
Il Ceta ha contribuito in modo significativo all’espansione delle esportazioni europee e italiane, in particolare nei comparti ad alto valore aggiunto e identitario. Uno degli elementi più rilevanti riguarda come è noto il rafforzamento della tutela delle Indicazioni geografiche: prima del Ceta la protezione nel rapporto Ue-Canada era limitata a vini e distillati, mentre con l’accordo è stata estesa a 171 denominazioni agroalimentari, di cui 41 italiane, che rappresentano circa il 98% del valore dell’export italiano Dop/Igp verso il Canada. Dallo studio emergono altri dati significati per le esportazioni di vino dall’Italia: l’eliminazione del dazio canadese del 6,9% ha contribuito a incrementare le esportazioni di bevande, trainate dal vino, che hanno raggiunto la cifra di oltre 120 milioni di euro medi annui nel periodo post-Ceta. La quota di mercato dei vini italiani in Canada, spiega la nota, è salita dall’8,2% nel 2013 al 10,7% stimato nel 2029. Il confronto internazionale conferma la solidità della dinamica italiana: mentre Francia e Italia rafforzano la propria leadership, altri esportatori come Australia e Cile perdono terreno, a conferma che il nuovo assetto commerciale abbia premiato in particolare l’offerta europea.
“Il ritorno di politiche protezionistiche - prosegue Drei - sta rendendo sempre più instabili i mercati internazionali. In questo scenario, il Canada si attesta come partner affidabile e strategico. Il Ceta ha consentito alle imprese italiane di diversificare i mercati di sbocco, riducendo i rischi e rafforzando la resilienza del nostro export. È la dimostrazione concreta di come gli accordi di libero scambio, se ben costruiti, possano sostenere crescita, qualità e competitività del made in Italy”.
Secondo Luca Rigotti, presidente Settore Vitivinicolo Confcooperative Fedagripesca, “per le cantine cooperative il Ceta rappresenta un caso concreto di come si possa crescere sui mercati internazionali puntando su qualità, identità e capacità di fare sistema. Oggi il 60% del nostro export è concentrato in soli dieci mercati e quasi il 30% nel Nord America: è evidente la necessità di una maggiore diversificazione. Gli accordi di libero scambio rimangono uno degli strumenti privilegiati per consentire alle imprese di aprire nuovi mercati, ma rappresentano al tempo stesso anche una sfida per stimolare investimenti in crescita dimensionale, rafforzare le economie di scala e avviare progetti condivisi di internazionalizzazione”.
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