Nonostante tutte le difficoltà che ogni giorno raccontiamo, fare la spesa, in Italia, costa meno che nel resto di altri Paesi di primo piano europei. In particolare, per comprare un carrello riempito con vino o birra, acqua in bottiglia, latte, formaggio, uova, carne, pesce, pasta, ma anche dentifricio e saponi, ed in generale 35 prodotti di riferimento del largo consumo, in Italia (il dato è di aprile 2026) servono 81,49 euro (il 5,2% in più del 2024) contro i 104,3 della Francia (ma -0,8%), i 100,13 del Regno Unito (+10%, l’aumento più elevato), i 98,58 dei Paesi Bassi (5%) e gli 89,86 della Spagna (+6,3%) con una media dei 6 Paesi di 95,3 euro (+5,4%). E con la “palma” della spesa minore che resta alla Germania, con 71,2 euro (+6,5%). A fare i conti è un’indagine Circana, dalla quale emerge come il valore di un “carello della spesa tipo” vari in modo significativo in Europa.
“Sebbene la Germania abbia registrato un aumento del 6,5% dei prezzi del carrello negli ultimi 3 anni, continua a beneficiare di uno dei settori alimentari più competitivi d’Europa, dove la forte presenza dei discount e l’intensa concorrenza sui prezzi contribuiscono a mantenere i costi della spesa quotidiana ben al di sotto della media europea. Anche se l’inflazione si è attenuata rispetto ai picchi - spiega Circana - i consumatori continuano a percepire l’impatto cumulativo dei prezzi più alti alla cassa, con il carrello medio aumentato di 4,86 euro (+5,4%) da aprile 2023 nei 6 Paesi di riferimento. In un contesto di calo della fiducia dei consumatori e di aumento dei costi delle materie prime agricole e dell’energia, i clienti restano cauti nella spesa, esercitando una pressione continua sulla domanda retail e sui volumi acquistati”.
“Sebbene l’inflazione abbia rallentato, i consumatori stanno ancora pagando molto di più per i beni di uso quotidiano rispetto a pochi anni fa. Poiché i bilanci delle famiglie rimangono sotto una certa pressione, la clientela continua a dare priorità al valore, cercando promozioni, cambiando negozio e gestendo con attenzione ciò che inserisce nel proprio carrello”, sottolinea Ananda Roy di Circana.
Ma dai dati relativi ai Paesi oggetto dell’indagine, emerge anche che se nell’ultimo anno terminante ad aprile 2026 il giro d’affari dei beni confezionati nel largo consumo è cresciuto del 3,2%, a 769 miliardi di euro (l’87% legato al food & beverage), ancora meglio ha fatto la “private label”, che oggi ha una quota di mercato del 42%, per 324 miliardi di euro (+4%). Guardando alle singole voci, a crescere in valore sono stati soprattutto i prodotti freschi e refrigerati, con un balzo del +32% nell’ultimo anno, davanti ai prodotti per ambiente (+22%), alle bevande (+11%) e al comparto degli alcolici (+9%).
Ma l’inflazione, sebbene si noti un certo rallentamento rispetto ai ritmi degli ultimi mesi, sembra destinata a crescere ulterioremente. E a fine 2026, le previsioni di Circana, parlano di un +4% nel valore delle vendite nei 6 Paesi oggetto dello studio, a fronte di una sostanziale stabilità dei volumi (+0,3%). Con le crescite maggiori dei valori attese in Uk (+4,8%, a fronte di un +0,2% previsto per i volumi), Spagna (4,6%, contro il +1,4% dei volumi) e Paesi Bassi (4,3% i valori, +0,4%), mentre più contenute sono le stime per Germania (+3,6%, contro, però, un calo dei volumi previsto del -2,2%), Italia (+3,5% i valori, +0,7% i volumi) e Francia (+3,1% i valori, +1,5% i volumi).
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