Il caldo estremo è un fattore oggettivo che condiziona la viticoltura, soprattutto in fase di vendemmia come raccontano le tante raccolte anticipate di quest’anno (ma anche degli anni passati) in molti territori. Le soluzioni per contrastare questo fenomeno ci sono, dall’installazione di teli ombreggianti, al passaggio a varietà più resistenti al calore, fino (in teoria) al trasferimento della produzione in un aerale più fresco. Ma prendere decisioni del genere, per un produttore nei propri vigneti, non è semplice: sono scelte di impianto e infrastrutture che possono influenzare le finanze dell’azienda per decenni. Investimenti dei quali occorre la certezza, al netto del rischio d’impresa, di un ritorno economico. Anche l’adattamento finanziario, non solo climatico, diventa, infatti, un tema. Qualche consiglio, tuttavia, può arrivare dallo studio “Economia dell’adattamento della viticoltura: adozione tecnologica, selezione delle varietà o migrazione”, pubblicato sull’American Journal of Enology and Viticulture (Ajev), la rivista ufficiale dell’American Society for Enology and Viticulture (Asev), associazione professionale senza scopo di lucro dedicata agli interessi di enologi, viticoltori e altri professionisti nel campo della ricerca e produzione di vino e uva in tutto il mondo composta da 1.000 membri e 50 affiliati industriali.
Che ha confrontato tre strategie diverse per la gestione del rischio in caso di caldo estremo nella produzione di vino, interrogando, poi, i consumatori per comprendere il sentiment e le loro reazioni riguardo agli adattamenti in vigna.
Prendendo la produzione di Cabernet Sauvignon nella Napa Valley come caso di studio, i risultati mostrano come la strategia migliore dipenda dall’intensità del caldo. Se le temperature sono moderate, continuare a coltivare Cabernet Sauvignon nello stesso terroir, senza apportare modifiche, resta chiaramente la soluzione migliore. Ma se il calore aumenta allora è l’utilizzo di teli ombreggianti la soluzione economicamente più vantaggiosa. Nello scenario simulato, invece, di caldo più estremo, il passaggio a una varietà più resistente alle alte temperature (i ricercatori hanno usato il Carignan, per esempio) ha prodotto il maggiore ritorno economico. E riguardo, invece, al trasferimento della produzione in una regione più fresca, è stato simulato uno spostamento dalla Napa Valley alla Lake County, che si è rivelata come la meno redditizia di tutte le strategie.
“Il caldo estremo non è più un problema che si verifica una volta ogni 10 anni per i viticoltori - ha affermato Kristen Barnhisel, enologa e presidente Ajev - ricerche come questa sono esattamente il motivo per cui esiste la nostra associazione: prendere dati reali provenienti dai vigneti e dal mercato e trasformarli in qualcosa che un viticoltore possa effettivamente utilizzare per prendere decisioni informate”.
Gli autori dello studio hanno costruito, infatti, un modello di valore attuale netto utilizzando i dati sui costi di produzione del Cabernet Sauvignon nelle contee di Napa e Lake, forniti dall’University of California Cooperative Extension, e del Carignan nella contea di Napa. Il modello ha tenuto conto dei costi di impianto, dei costi di produzione correnti e dei ricavi su un periodo di 30 anni, considerando 4 scenari climatici che vanno dall’assenza di eventi di calore a danni da calore gravi e ricorrenti. E per comprendere anche il sentiment del pubblico, i promotori dello studio hanno intervistato 308 consumatori di vino statunitensi. A quelli cui è stato detto che l’ombreggiatura protegge l’uva dal calore estremo, si sono mostrati disposti a pagare fino al 17% in più per il vino. Nel passaggio a un vitigno diverso, il sovrapprezzo “accettato” arriva fino al +12%, mentre per il trasferimento della produzione in una nuova regione il consumatore di vino ammette di poter spendere l’11% in più. E anche se i ricercatori spiegano come l’interesse dei consumatori a pagare questo tipo di sovrapprezzi tenda a diminuire nel tempo, viene osservato anche che gli stessi costi in più potrebbero assottigliarsi nel tempo man mano che queste pratiche diventano più comuni. L’ipotesi, infatti, è che le maggiorazioni di prezzo durino solo fino al quinto-nono anno di piena produzione.
“I viticoltori si sono sempre adattati al loro territorio, ma la velocità del cambiamento attuale fa sì che queste decisioni abbiano un reale peso finanziario - ha affermato Markus Keller, redattore scientifico Ajev e professore di Viticoltura alla Washington State University - questo studio offre ai viticoltori qualcosa che non avevano prima: un modo per valutare la tecnologia, il materiale vegetale e la posizione in termini economici, non solo in base alle condizioni di coltivazione”.
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