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Affari & Finanza Di Repubblica

Frascati, addio cisternopoli il marchio si rifà un’immagine... Nell’editoriale del numero di gennaio del Gambero Rosso Daniele Cernilli, condirettore della rivista, ha celebrato il Frascati. Non il Brunello, non un Tignanello, un Masseto o un Amarone. Ma il Frascati, emblema per tanti anni di vino a basso costo, di grandi quantitativi a discapito della qualità. Cisternopoli, termine coniato dallo stesso Cernilli per denunciare le cisterne di vino che vanno dal sud al nord: così era stata ribattezzata la zona laziale dei Castelli Romani in cui si produce questo vino che ora sta conoscendo una seconda vita. Il motore della rinascita si chiama "controllo della filiera", ovvero il controllo della provenienza di tutto il prodotto, dall’uva alla bottiglia. «Dal primo ottobre 2004 il vero Frascati è solo quello che ha un contrassegno identificativo col codice alfanumerico. Noi seguiamo tutte le fasi, dall’uva alla commercializzazione. Oggi produciamo 19 milioni di bottiglie, da 140 mila ettolitri di vino provenienti da circa 800 produttori e 30 cantine tra sociali e private», racconta Maurizio Tamburrano, direttore del Consorzio di tutela denominazione Frascati. Racconta: «Le nostre uve all’ultima vendemmia valevano 46 euro al quintale, una rivalutazione rispetto alle zone limitrofe dove viene pagata 15 euro al quintale. Abbiamo applicato in pieno le regole della rintracciabilità: l’uva può essere vinificata solo in zona di produzione. I produttori non possono produrre una bottiglia in più rispetto al vino prodotto effettivamente». Addio cisterne, sempre quelle, mai scaricate dai conti dei produttori, che venivano continuamente riempite di nuovo vino — di tutti i tipi — poi commercializzato sotto il marchio Frascati.
«Ora non ci sono più giacenze fuori norma, i produttori sono contentissimi di questa sperimentazione. Il consorzio ha ottenuto un risultato eccezionale anche per il rapporto qualitàprezzo, ha infatti mantenuto prezzi corretti rispetto alla qualità in crescita», commenta Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc.
Provvedimenti a tutela del consumatore, ma non solo. La rintracciabilità della filiera — che ha terminato la fase di sperimentazione e dovrebbe entrare presto a regime su tutto il territorio — ha anche provato che la qualità premia lo stesso produttore. «Il consorzio di tutela del vino Frascati ha fatto un lavoro egregio, tanto più perché il prezzo dello sfuso non è crollato, come è avvenuto in altre regioni, si è mantenuto, dimostrando che i controlli vanno a favore anche del reddito agricolo. Non solo, ha provato quanto sia importante la serietà dei produttori che «non hanno bisogno del carabiniere sulla spalla per fare un lavoro di qualità, per prendersi le proprie responsabilità», commenta Daniele Cernilli.
Quella del Frascati è una delle più antiche Doc, denominazioni di origine controllata, d’Italia. Un marchio storico, fortemente legato all’identità con un territorio. Ma la rinascita del vino Laziale è partita da vini internazionali, nuovi, senza legami immediati con la nostra terra. Come lo Shiraz o il Petit Verdot di Casale del Giglio, uno dei vini di punta dell’azienda fondata più di venti anni fa da Antonio Santarelli che ha perseguito con successo un ambizioso progetto di ricerca e sperimentazione per scoprire e valorizzare le potenzialità vitivinicole dell’Agro Pontino, un territorio bonificato negli anni 1930 e tutto da scoprire. Vicino ad Aprilia, un’area con una tradizioni vitivinicola relativamente nuova, Santarelli ha sperimentato modelli di produzione vicini a quelli internazionali, tipici del cosiddetto Nuovo Mondo. Un pioniere, che ha cercato di trascinare dietro di sé altri, di fare gioco di squadra. «Fino a pochi anni fa la nostra regione deteneva il record per immagine negativa del vino. Anche il Sud è emerso prepotentemente sulla scena internazionale, Sicilia e Puglia in testa. Era ora che anche il Lazio si svegliasse dal letargo», commenta Antonio Santarelli, fondatore e presidente delle Vigne del Lazio, l’associazione creata nel 1999 proprio per riqualificare l’immagine dei vini della regione, facendole conoscere a enoteche e ristoranti di alto livello, restii a inserire nello loro carte etichette laziali.
«Siamo partiti con 6 soci, oggi ne contiamo 27, tra le aziende più importanti che ora wine bar e ristoranti propongono con sicurezza ai loro clienti. Ma c’è ancora molto da fare. Noi produttori siamo una nicchia nel contesto totale, e il Lazio soffrirà di una immagine non brillante finché le cantine sociali, che dominano il mercato, non decideranno di convertirsi alla qualità, come successo in altre regione come Alto Adige e Trentino».
Dall’Alto Adige provengono le marze di uve Moscato Rosa del Rosathea, uno degli ultimi nati della cantina Castel De Paolis di Grottaferrata, alle porte di Roma, di proprietà della famiglia Santarelli, altri pionieri della rinascita del vino laziale. Fanno anche Frascati, il top del Frascati dicono molti esperti. E per primi hanno contribuito al rilancio della Malvasia puntinata, vitigno autoctono su cui ora altri produttori stanno puntando. Non hanno alcuna parentela con Antonio, ma sono stati, ovviamente, tra i primi a entrare nell’associazione da lui fondata che ora ha, tra l’altro, come obiettivo la creazione della Via dei vini, per incentivare il turismo enogastronomico. Altro segmento in pieno fermento. «Dal 2000 ad oggi sono più che raddoppiati i visitatori che partecipano alle nostre iniziative, come Cantine aperte, la domenica di fine maggio in cui le cantine aprono lo porte ai visitatori o Benvenuta vendemmia», racconta Rossana De Dominicis, direttore del Movimento Turismo del Lazio. Racconta De Dominicis: «Vengono anche dall’estero, spesso americani che nei loro tour inseriscono anche quello trai viticoltori, per degustare i vini in abbinamento ai prodotti tipici. Vengono, visitano e spesso comprano: tra 1 e 3 bottiglie a testa, in media, prima dell’euro compravano anche di più, un cartone in media».
Americani, ma quelli dal palato fine. Sono i primi ad apprezzare lo sforzo dei produttori laziali. Ha fatto il giro del mondo la notizia diffuda da Bloomberg che l’italoamericano John Mariani, firma illustre di Wine Spectator, ha definito il Dithyrambus di Marco Carpineti, dell’azienda agricola biologica omonima di Cori, in provincia di Latina, «uno dei vini più deliziosi tra quelli degustati nel Lazio». Dove ha fatto la sua scoperta? A pochi passi da piazza di Spagna, racconta il portale di Bloomberg. In una trattoria no frills, senza fronzoli, l’ultima moda, come le compagnie aeree low cost. (arretrato del 27 febbraio 2006)


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