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Affari & Finanza / La Repubblica

Non solo Tavernello per il gigante Caviro: un consorzio tra 36 cooperative, 20 mila viticoltori, oltre un milione di ettolitri venduti e una produzione che spazia tra tutti i derivati dell’uva, alimentari e no; adesso punta anche a vini di fascia superiore a quelli venduti nel brik ... Dalla vite, tutto. Potrebbe essere questo lo slogan della Caviro, un gigante della cooperazione che in 37 anni di attività, è diventato leader indiscusso del vino "quotidiano", della distillazione è stata la prima vocazione industriale del gruppo e di tutti i composti biochimici che si possono ricavare dai sottoprodotti della vinificazione. Tecnologia, pressione di marketing, cinque stabilimenti sparsi in tutta Italia, 36 cooperative agricole che raggruppano oltre 20 mila viticoltori, sono queste le fondamenta su cui poggiano i solidi piedi di questo colosso che nell'immaginario collettivo si chiama Tavernello, il vino in brik arrivato a una quota di mercato impressionante: il 60% con un milione di ettolitri prodotti e venduti. La penetrazione del marchio Tavernello è così rilevante che un recente sondaggio svolto in occasione di Ruralia, manifestazione dove si danno appuntamento le etichette di qualità, ha decretato che un italiano su tre ritiene quel nome un "autoctono", cioè un vitigno che rappresenta l'Italia del vino.
Proprio sulla sensibilità commerciale la Caviro ha costruito la sua fortuna, posizionando, oltre al Tavernello in confezione brik alla quale si è affiancata anche la bottiglia da un litro e mezzo, anche il Castellino nella fascia di primo prezzo e una produzione di vini Igt (indicazione geografica protetta) a marchio Botte Buona e Doc (Denominazione di origine controllata) a marchio Brumale in bottiglia da 0,75 in una fascia di prezzo che non varca i 3 euro. E come dicono tutti i sondaggi questa è la cifra media che la gran parte degli italiani (la Caviro stima che circa 8 milioni di famiglie siano suoi clienti abituali) è disposta a spendere per il vino. La riprova? Caviro ha venduto nel 2002 un oceano di vino: oltre un milione e mezzo di ettolitri confezionati incrementando di cinque decimi la sua già rilevante quota di penetrazione nella grande distribuzione pari oggi al 18,5%.
Il boom del comparto vino ha trascinato in alto i dati di gestione del gruppo cooperativo che in questi giorni ha approvato il bilancio dell'esercizio chiuso al 30 giugno scorso. Un bilancio da media industria, ma di gran lunga il più significativo nel segmento della vitivinicoltura. Oltre 221 milioni di euro di fatturato con un incremento dell'11,4% rispetto all'anno contabile precedente hanno consentito anche un abbattimento dell'indebitamento attestato ora a 55 milioni di euro. In contrazione è il margine operativo passato da 6,5 a 4,8 milioni di euro a causa, così spiegano i vertici aziendali, di un forte incremento dei costi della materia prima (sostanzialmente l'uva) che Caviro ha deciso di non riversare integralmente sui clienti finali per non appesantire una già debole struttura di consumi primari .
Questi risultati hanno consentito al presidente di Caviro, Secondo Ricci, di riconfermare la scelta di fare produzioni di massa per "abbattere i costi di produzione" ma anche l'opzione di "una fortissima integrazione con le cooperative e le cantine socie per mantenere alta la qualità e la genuinità dei prodotti". Vini, soprattutto, che sono percepiti è l'opinione di Sergio Dagnino direttore generale di Caviro che guida un plotone di oltre 350 dipendenti "con un ottimo rapporto qualitàprezzo; questo fattore ci ha indotto a lanciare i nuovi marchi in bottiglia e i risultati ci danno ragione". Caviro però non è solo vino (anche se da questo segmento viene quasi il 75% del fatturato) perché declina le sue attività nel ciclo completo della lavorazione della vite. Dalla distillazione, sia per la produzione di alcool neutro che di brandy, ricava circa 70 milioni di fatturato ed è leader nazionale del settore con una quota del 20% della produzione globale. Applicando tecnologie innovative il gruppo ha acquisito anche la leadership nella produzione di mosti concentrati (un tempo servivano come additivo naturale al vino, oggi sono un sostituivo dello zucchero per l'industria alimentare) di cui detiene il 21% del mercato, ha il 10% del mercato della lavorazione del melasso, è coleder mondiale nella fabbricazione di acido tartarico, un componente organico che si può ricavare solo dalle uve e che trova applicazioni nell'industria alimentare, in quella delle costruzioni, nella farmaceutica e nella cosmesi. Ma lo "sfruttamento" della vite non si ferma qua. Il gruppo cooperativo, che ha la sede strategia e le principali attività industriali a Faenza nel ravennate, commercializza anche vinaccioli per la produzione di oli di semi, mangimi naturali attraverso la lavorazione delle vinacce esauste e con i residui di fabbricazione ha messo a punto un fertilizzante organico (Econat) che consente di abbattere fortemente l'impatto ambientale sia dell'agricoltura sia delle attività di vinificazione e di distillazione. Una sorta di "catarsi" del Tavernello che torna alla vite.

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