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Affari & Finanza / La Repubblica

I produttori cercano un nuovo equilibrio ... In campagna lo chiamano ancora "il latte dei vecchi", ma da solo non basta a compensare il latte versato. Anzi il pesante "unodue"CirioParmalat rischia di far vacillare il nostro agroalimentare, uno dei pesi massimi del made in Italy e di offuscare un settore economico, quello del vino, che negli ultimi dieci anni ha offerto, proprio sui mercati esteri, le sue migliori performance. Sergio Cagnotti, ammanettato nella tenuta di Montepulciano, Corte alla Flora, dove produce un più che discreto vino Nobile, è la fotografia di questo momento.
Nel vino si cerca nuova gloria, si cercano patenti di "nobiltà agricola", a prescindere dai risultati economici. E così il settore che vale in termini di fatturato un po' meno di 9 miliardi di euro e che dà lavoro a un milione di addetti in parte "drogato" da un eccesso di esposizione massmediatica è stato colto di sorpresa dalla brusca frenata dei consumi e delle esportazioni.
Tutti gli indici del vino italiano considerato come comparto sono in flessione: lo è la produzione attestatasi la scorsa vendemmia al di sotto dei 46 milioni di ettolitri; lo è l'export che ha perso in quantità il 19% (abbiamo venduto poco più di 13 milioni di ettolitri, per circa 2,4 miliardi di euro) e solo una forte impennata dei prezzi ha limitato i danni per quanto riguarda i valori (meno 3%), ma nel segmento dei vini da tavola la caduta è stata pesantissima, meno 28 per cento, mentre Doc e Docg sono scesi in quantità del 9 per cento e dell'8 per cento in valore; lo sono infine i consumi interni precipitati al di sotto dei 49 litri procapite quando appena un decennio fa si era ancora sopra i 60.
Infine in pesante contrazione è la fascia di coloro i quali spendono per bere bene. Trentacinquemila aziende imbottigliatrici si contendono una platea di consumatori disposti a spendere oltre 5 euro per una bottiglia che non va oltre i 6 milioni di persone, gli altri 18 milioni di consumatori abituali di vino hanno un budget che non varca la soglia dei 3 euro. In questo quadro la tensione sui prezzi che si è avuta negli ultimi cinque anni (con un incremento medio per le Denominazioni anno su anno dell'ordine del 6,8 per cento) rischia di paralizzare il settore.
I principali mercati esteri sono in caduta (la Germania che è il nostro principale cliente ha assorbito il 30% in meno del vino lo scorso anno, la Gran Bretagna ne ha chiesto il 15 % in meno) o in forte fase riflessiva (meno 12% gli Usa, secondo acquirente di vino made in Italy) e solo una sorta di autarchia del gusto (gli italiani comprano pochissimo vino estero) ha confortato le nostre aziende. E tutto questo a dispetto delle molte cerimonie, delle dispute dotte delle guide, del milieu enologico che non si ricorda, ad esempio, che l'Italia ormai è stabilmente sotto gli 800 mila ettari di vigneto, quando appena vent'anni fa eravamo abbondantemente sopra 1,3 milioni di ettari vitati.
Raccontato così il segmento del vino sembra un po' meno euforico con evidenti problemi che vanno dalla necessità di raffreddare i prezzi all’eccessiva parcellizzazione delle imprese, dalla carenza di patrimonializzazione (l'impennata dei prezzi fondiari in alcune zone viticole di pregio è stata impressionante) alla concorrenza che soprattutto spagnoli e poi cileni neozelandesi, australiani e sudafricani ci vanno facendo soprattutto sulla fascia mediobassa di prezzo. Anche se la maggiore sofferenza si riscontra sulle bottiglie che stanno tra i 10 e i 18 euro.
In questo quadro ci sono tuttavia dei fenomeni importanti. Primo fra tutti l'ingresso in forze di imprenditori di altri settori nel vino com’è il caso del conte Aldo Brachetti Peretti che sta sfruttando al massimo il vantaggio di operare nelle Marche (a Tolentino con l'azienda "il Pollenzo") terroir in ascesa qualitativa e con prezzi ancora contenuti, o com’è il caso di Antonio Moretti che con il suo "Oreno" della Valdarno ha conquistato il top 100 di Wine Spectator, come i Del Tongo, i Ferragamo, i Muratori.
Il secondo fenomeno è il progressivo processo di accorpamento: lo guidano in questo momento Vittorio Moretti che ha sinergizzato le attività edilizie e di hotellerie con le cantine in Franciacorta (Bellavista e Contadi Castaldi) ed è sbarcato in forze in Toscana con le cantine Petra e La Badiola; il gruppo La Vis che ha riunito tutta la filiera dalla produzione di uva alla distribuzione, i Frescobaldi che hanno stretto la jontventure con i Mondavi acquisendo anche l'Ornellaia.
Il terzo decisivo fenomeno è l'incremento dimensionale: strategia perseguita da Gianni Zonin che ormai sfiora i duemila ettari vitati di proprietà; dal gruppo Ilva che in Sicilia ha comprato oltre alla Corvo altre due cantine; dal gruppo Antinori che oltre ad acquisire aziende vitivinicole insiste nell'allargamento del business verso l’agroalimentare e l'ospitalità di altissimo profilo; dal gruppo Banfi che è ormai uno dei leader del mercato di altagamma.
A fronte di tutto questo Ezio Rivella, presidente dell'Unione Italiana Vini, continua a predicare "moderazione sui prezzi, specializzazione della produzione, difesa dei marchi sui mercati esteri". Non per tutti e non per tutti allo stesso modo se è vero come vero che in tanta sofferenza il Brunello di Montalcino ha incrementato, nell'annus horribilis. le esportazioni in Usa dell'8%. Alla salute!

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