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Affari & Finanza / La Repubblica

Il rosso è ancora re, ma il bianco guadagna terreno. Cambia lo stile di vita, si mangia di più fuori casa, si modificano i gusti. Sistemi di promozione rinnovati, rapporto diretto tra cantine e consumatori ... Questione di tasting. Potrebbe intitolarsi così uno studio sui nuovi orizzonti di consumo del vino. Perché i gusti, anche in rapporto al caroprezzi, si stanno modificando. Tramontano i vinoni iperstrutturati, il rosso ha ancora la primazia, ma il bianco e soprattutto le bollicine riguadagnano terreno. La ragione è presto detta: si fonda sul cambiamento di stile di vita. Si mangia sempre più fuori casa e si ha bisogno di vini che tengano il passo con il pasto veloce e anche il prezzo deve essere adeguato ed ecco che un rosso giovane piuttosto che un bianco di buona struttura prevalgono; s’incrementa il consumo di vino come aperitivo ed elemento di socializzazione (il fatturato dei winebar è attestato sopra i 300 milioni di euro) ed ecco che ci si rivolge a vini che hanno souplesse e capacità di affascinare; si deprime per contro il consumo di vino come alimento indispensabile.
Ed in più oggi la bottiglia diventa un marcatore del territorio: il consumatore vuole una forte identificazione tra vino e regione di provenienza. Tutto questo si traduce in una forte rivalutazione dei vitigni autoctoni e nella scoperta di nuovi terroir del vino: in particolare il Sud e l’Italia centrale con il Lazio, le Marche e l’Abruzzo, anche se Piemonte e Toscana hanno ancora la leadership. Ma si fanno sempre più importanti le regioni "bianchiste" come il Friuli Venezia Giulia e l’Alto Adige che oggi, insieme ad un terroir ormai consoldiato come la Franciacorta, offrono al consumatore bottiglie molto profumate e al contempo lievi. Al Vinitaly saranno queste le tendenze che si evidenzieranno.
E le cantine più avvertite cominciano a cambiare registro sulla promozione dei loro prodotti: cercano sempre di più di agganciarli al life style del consumatore. Marco Caprai ad esempio lancerà il tappo poetico: trenta frasi impresse sui sugheri e ricavate dalla cultura millenaria del vino per firmare il Sagrantino, un autoctono che ha avuto un successo internazionale senza pari e che ha riacceso i riflettori sulla produzione vinicola dell’Umbria. Umani Ronchi (famiglia Bernetti) destina parte dei proventi della vendita delle sue bottiglie a progetti umanitari. E’ una interpretazione tutta marchigiana del ruolo dell’impresa, è un modo per riaffermare ad esempio il ritorno del Verdicchio come bianco di grande classe. Stop alle megadegustazioni e al fashion applicato alle bottiglie e grande concretezza: questo è il dernier crì dei produttori. Ad esempio una famiglia storica come Biondi Santi (i padri del Brunello) si apre alla vendemmia guidata dal satellite al Castello di Montepò, unendo blasone e innovazione. Altre cantine come la tenuta Marzolino (oltrepò pavese) si affidano all’arte per firmare le loro etichette (realizzate da Folon), i produttori siciliani (tra i primi Tasca d’Almerita e Donna Fugata) puntano all’identificazione del loro terroir con i sapori mediterranei e con un vino simbolo: il Nero d’Avola.
Ma c’è anche una rivalutazione del rapporto diretto tra cantina e consumatore. E’ di questi giorni il lancio di una serie di futures sul vino (certificati che bloccano il prezzo pagando ora per allora) per fidelizzare l’acquisto e garantire il consumatore. Tre cantine toscane (Barone Ricasoli, Casonova di Neri e Polizia che producono Chianti, Brunello e Nobile) si sono unite per collocare certificati attraverso il Banco di Sicilia per 165 euro in cambio di sei bottiglie.

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