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Affari & Finanza / La Repubblica

Il vino e la rivoluzione dei prezzi. S’è sgonfiata la bolla speculativa che aveva visto impennare i costi dei terreni e i ricarichi sulle bottiglie. Oggi si beve di meno, c’è meno vigna e si devono fare i conti con la concorrenza straniera sempre più forte ... C’è un retrogusto di timore nelle bottiglie italiane: è l’odore aspro della crisi. Come non accadeva da un decennio il Vinitaly - a Verona dall’1 al 5 aprile - non sarà la fiera delle vanità, del vino spettacolo che si disputa i punteggi delle guide e le degustazioni—show, ma sarà un concretissimo momento di riflessione sui valori economici del principale comparto agricolo. Come al solito i numeri del Vinitaly sono da record: quattromila espositori, una quarantina di paesi, oltre un duecentomila visitatori attesi. E ai numeri del vino si sommano quelli del Sol, il salone dedicato all’extravergine di oliva,quelli di Enolitech (la fiera delle attrezzature) e quelli di Vintour la rassegna dedicata all’enoturismo.
Il vino vive, al pari di quanto è capitato con la Borsa e la new-economy, lo sgonfiarsi della sua bolla speculativa. Fino a due anni fa si era convinti che si poteva comprare la terra a qualsiasi prezzo (la rivalutazione fondiaria nell’arco di un quinquennio è stata del 60% con punte vicine al raddoppio) perché si poteva rivendere il vino a qualsiasi prezzo. E soprattutto non importava quale vino. A concorrere all’impennata delle quotazioni dei terreni è stata proprio la crisi della finanza che ha spostato capitali dalla Borsa alla terra, a determinare l’impazzimento dei prezzi è stata la «droga mediatica» che ha investito il vino: lo ha certamente sdoganato dal suo essere un semplice prodotto agricolo incrementandone i valori aggiunti immateriali ma lo ha anche collocato in una dimensione non sua: di oggetto di desiderio. E non si è più stati capaci di discernere ciò che è bottiglia—mito e quindi apprezzabile al di là del valore intrinseco da ciò che è bottiglia di consumo e quindi vendibile a un prezzo che remunera il solo uso del bene, per quanto piacevole.
La fotografia del ciclo negativo sta nei numeri: produciamo di meno (45 milioni di ettolitri), abbiamo sempre meno vigneto (siamo sotto i settecentomila ettari), abbiamo perduto in un anno il 15,6 % di quantità esportata e solo la tenuta del prezzo ha fatto sì che in valore abbiamo perso l’1,5%, beviamo sempre di meno (siamo scesi in un decennio da 70 litri pro-capite a 59) e dobbiamo fronteggiare una concorrenza internazionale sempre più forte.
Non è una sciocchezza perché il comparto vino vale per il nostro Pil 8 miliardi di euro, dà lavoro a oltre 1,5 milioni di persone, apporta alla bilancia dei pagamenti (dati 2002) un saldo attivo di 2,5 miliardi di euro (l’export complessivo è di 2,8 miliardi di euro) e colloca l’Italia al primo posto sia per esportazioni (un quarto del mercato mondiale) che per produzione (il 21 per cento di quella mondiale, il 34 per cento di quella europea). A questi indicatori vanno aggiunti i 2,5 miliardi di euro fatturati dall’enoturismo, i 2,6 miliardi di giro d’affari del comparto degli accessori. Un universo che a fronte di una patrimonializzazione stimata intorno ai 50 miliardi di euro ne fattura poco meno di 15. Una indagine condotta da Mediobanca sui bilanci delle principali aziende (in 51 cantine assommano oltre un quarto del fatturato complessivo) già dal 2002 evidenziava una parziale caduta del Roi e una ancora più marcata flessione del Roe (rapporto rendimenti-capitale netto) caduto di oltre un punto e mezzo in un solo anno pur a fronte di un miglioramento degli utili (il volume è salito del 10 % in un anno) in parte favorito anche dal regime fiscale «leggero». C’erano già i sintomi di una debolezza di un comparto che contemporaneamente soffre di nanismo (solo 300 aziende hanno più di 50 ettari di vigneto) e di parcellizzazione: le ditte imbottigliatrci sono 800 mila, quelle con più di cinque etichette 35 mila. Proprio nelle pieghe di questo universo di microimprese, in una filiera distributiva troppo lunga e incontrollata, si coltiva il virus del caro-vino. Paesi con una strategia commerciale meno improvvisata e con comparti vitivinicoli più strutturati hanno risposto alla crisi dei principali mercati (la Germania ha comprato il 30% meno di vino ed è il nostro principale cliente) bloccando i listini, arrivando addirittura al dumping. Negli Usa la fascia d’ingresso del vino nei supermercati era fissata a 7,99 dollari dopo l’11 settembre è scesa a 4,99. I francesi hanno svalutato il loro vino del 22 per cento esattamente di quanto l’euro si è rivalutato sul dollaro, i paesi emergenti (dal Cile al Sud Africa) hanno cominciato a vendere a stock: milioni di bottiglie cedute ad un solo euro. E l’Italia? L’Italia, sorpresa anche dal fattore euro, è rimasta «impiccata» ai suoi listini che cercavano di recuperare decenni di sottovalutazione del nostro prodotto e a una filiera distributiva interna strutturata proprio per far lievitare i cartellini. Ma oggi si è scoperto che per il consumo medio gli italiani non sono disposti a spendere più di 3 euro alla bottiglia, che i sei milioni di appassionati hanno una loro soglia media di acquisto sui 7 euro. Perciò il problema prezzo è centrale. Ezio Rivella - presidente dell’Unione Vini - raccomanda moderazione e predica: «Non si può applicare l’economia di carta al vino, bisogna dare il giusto prezzo al prodotto». Gianni Zonin, il principale imprenditore privato del comparto, promette: «Due anni di prezzi bloccati», Piero Antinori suggerisce il raffreddamento dei ricarichi, Incisa della Rocchetta pone il problema delle «mezze bottiglie per mantenere comunque l’attenzione al vino». In controtendenza Lapo Mazzei che suggerisce: «Miglioriamo le efficienze aziendali, risparmiamo sui costi». Una cosa è certa, a fronte di rincari del 6 per cento all’anno negli ultimi cinque anni, oggi il bicchiere è mezzo vuoto. Per riempirlo è necessario che il vino italiano pensi di più ai rating economici e un po’ meno alle pagelle dei critici. A cominciare dal Vinitaly.

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