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Affari & Finanza / La Repubblica

Il vino da tavola non piace più così i conti finiscono in rosso. Nell’ultimo decennio siamo scesi da un consumo pro capite di 65 litri annuali agli attuali 48 ... La chiamano sindrome della quarta settimana. Si manifesta a partire dal 22 del mese, sintomi prevalenti: ansia da portafoglio, predisposizione all’astinenza, perdita di potere di acquisto. Effetti principali: caduta verticale dei consumi. Effetti collaterali: carrelli della spesa semivuoti e casse dei supermercati in crisi d’astinenza. Il mercato alimentare italiano va così ormai dall’inizio dell’anno e l’Ismea, l’istituto che si occupa del settore, ha registrato un’ulteriore contrazione di 2,4 punti percentuali nel mese di ottobre. A fare le spese della mancata spesa: pasta, carne, olio e acqua minerale. Ma anche il vino disegna una curva discendente. Ha perso circa l’uno per cento del volume e si è difeso solo perché i prezzi sono cresciuti del 2,3 per cento. Tutti però dicono che non può durare: se non si raffreddano i listini la contrazione di consumo sarà ancora più drastica. Ed è preoccupante perché l’Italia, principale paese produttore ed esportatore di vino nel mondo, non se la passa affatto bene.
Nell’ultimo decennio siamo scesi da un consumo di 65 litri pro capite su base annua agli attuali 48 litri. Le 800 mila cantine italiane sono dunque di fronte ad un dilemma: tenere i prezzi per non perdere volumi d’affari ma vedersi erodere la base di consumo, oppure raffreddare i listini per cercare di sostenere il mercato. Ragionare su questo vuol dire archiviare il quinquennio d’oro che ha portato dal 97 al 2002 il vino italiano quasi a raddoppiare in valore le esportazioni e i prezzi. Anche il vino ha vissuto la sua bolla speculativa (che si è portata dietro il boom delle quotazioni fondiarie e molta improvvisazione: c’è chi abituato ai ritmi dell’industria ha preteso dall’agricoltura gli stessi cashflow col risultato che Denominazioni importanti si sono trovate a fare i conti oggi con un’economia drogata), ma ora è tempo di tornare nei binari della normale dinamica di domanda e offerta. I primi effetti si sentono: i rossi hanno perso all’origine il 16 per cento del valore, i bianchi il 12 e con la vendemmia, appena trascorsa, ottima in quantità e buona in qualità ci si aspetta un’ulteriore diminuzione. Molte cantine sono piene, e non solo quelle delle regioni leader come Toscana e Piemonte; il mitico e mitizzato Sud ha scorte da vendere e non sa come collocarle. Qualcuno addirittura paventa la distillazione obbligatoria per smaltire le scorte.
La verità sta nel fatto che si è continuato a parlare di vino guardando all’apice della piramide qualitativa, ma la massa di fatturato e di ordini vengono dal vino comune. E di quello ne abbiamo venduto sempre meno all’estero e ne vendiamo sempre meno in Italia. Già le uve si sono pagate circa il 20 per cento in meno dello scorso anno e in tutto il Sud, a cominciare dalla Puglia, la flessione delle quotazioni è assai marcata. Gli effetti sul mercato al dettaglio si sentiranno a partire dalla primavera prossima, ma già nell’ultimo scorcio dell’anno si trovano bottiglie blasonate a prezzi di saldo. I produttori si interrogano sul che fare e comprendono, in questo momento così difficile, che il loro settore è arretrato. Si sono tutti concentrati sulle Guide, sulle "degustazioni", sui festival più o meno improvvisati. Nessuno o quasi che ragioni di marketing, di bilanci, di range economici: gli unici punteggi che interessano sono quelli espressi in ventesimi, o in bicchieri o in grappoli. Ma di fronte allo stop della domanda non bastano più.
Una proposta che guarda alla cantina come ad un soggetto economico è venuta dall’Enoteca Italiana e dalla Camera di Commercio di Siena. Vittorio Galgani, presidente della Cciaa di Siena, che è come dire la capitale del grande vino italiano, sta meditando insieme a Flavio Tattarini e a Fabio Carlesi, rispettivamente presidente e neodirettore dell’Ente Vini il più antico e finora unico organismo investito per legge della rappresentanza del mondo vitivinicolo, di lanciare un concorso destinato a premiare, con sostegno economico da tradurre in investimenti in vigna e cantina, l’azienda più dinamica. Quella che cioè è in grado di dimostrare che fa sì vino di qualità, ma che ha anche i conti a posto sia di cassa che patrimoniali, che ha una buona distribuzione: insomma che è un’azienda sana. Perché - cosa di cui nessuno nel rutilante mondo delle bottiglie parla - negli ultimi mesi molte aziende vitivinicole non sono state in grado di rimborsare le rate dei mutui e i crediti agrari stanno supportando con nuove iniezioni di liquidità un settore che è in crisi soprattutto finanziaria. Nulla a confronto di quanto sta succedendo in Borgogna dove si parla di un migliaio di cantine pronte a portare i libri in tribunale, nulla a confronto di quanto succede in Napa e Sonoma Valley dove i maggiori produttori, che devono rispondere alle ferree legge della Borsa americana, hanno cominciato a vendere il vino con il sistema del tre per due pur di generare flusso di cassa. Di questo oggi conviene parlare quando ci si accosta al vino, piuttosto che discettare di sentori di sottobosco e di aromi esotici.
Ed è così vero che il Salone del Vino, la rassegna che ha mostrato maggiore dinamicità nell’interpretare le esigenze economiche delle aziende vitivinicole, in programma con la quarta edizione dal 14 al 17 novembre al Lingotto di Torino dedica un suo convegno al "Marketing del Vino" chiamando a raccontare come vanno le cose i due massimi esperti mondiali di questo settore. Un modo per tornare a parlare di vino per quello che è: un prodotto.

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