02-Planeta_manchette_175x100
Allegrini 2018

Affari & Finanza / La Repubblica

Adesso le cantine scoprono il marketing. Al Salone del Vino si punta anche sulla formula "one to one" per tornare a sollecitare un consumatore sempre più attento al rapporto qualitàprezzo. Ma non manca la spinta per rendere i prodotti sempre più riconoscibili e legati al nostro territorio ... Il comandamento di questi mesi per il mondo del vino è: sollecitare il consumatore. Le cantine stanno scoprendo il marketing one to one e vogliono parlare direttamente con chi acquista le loro bottiglie. Per questo motivo il Salone del Vino ha scelto la formula di accoppiare alla rassegna esclusivamente professionale due momenti d’incontro diretto dei produttori con il consumatore. Il primo sarà il 14 novembre al Lingotto di Torino quando i padiglioni della fiera saranno aperti (dalle 10 alle 22, ingresso 10 euro), il secondo a Roma il 27 e 28 novembre alla Città del Gusto (la struttura di comunicazione e degustazione messa in piedi dal Gambero Rosso, una sorta di Beaobourg dell’enogastronomia di qualità) quando nella capitale sbarcheranno per presentare la loro produzione tutti i vignaioli che hanno esposto al Lingotto.
C’è però un’altra leva che le cantine italiane stanno oggi azionando per fidelizzare, e possibilmente allargare, il perimetro dei consumi: è quella della riconoscibilità dei vini. Dopo alluvioni di chardonnay, cabernet sauvignon, merlot, syrah e sauvignon si torna a guardare a vini più personali, anche più bevibili come compagni del pasto. La nuova tendenza del gusto, che rivaluta i vini bianchi e tra questi alcuni must dell’enologia nazionale come il Verdicchio di Jesi e di Matelica non è più di avere vini iperstrutturati, da masticare, ma di cercare di nuovo eleganza, pienezza, personalità. Non a caso ormai si può parlare di una classificazione sui generis delle bottiglie: ci sono i vinivini, ci sono i vini da profumeria, i vini d’asfalto e le spremute di parquet. I vinivini sono gli autoctoni o le ricette bordolesi corrette con l’inserimento di autoctoni e sono gli unici a non sentire la crisi.
La prova? Il boom del Sagrantino di Montefalco di cui l’alfiere principale rimane Marco Capari un vignaiolo della nuovelle vague, come del resto i siciliani Planeta. E accanto al Sagrantino ecco l’esplosione del Nero d’Avola siciliano (buonissimi quelli di Tasca d’Almerita, di Donnafugata con alcune chicche come Feudo Montoni che è il vino del Papa), il successo del Carignano sardo (inimitabili il Terre Brune di Santadi e il Turriga che è un uvaggio con altri autoctoni sardi di Argiolas) il grande appeal, soprattutto all’estero, dell’Amarone della Valpolicella (Dal Forno e Allegrini su tutti, ma stanno riemergendo cantine storiche come Masi, Sartori ,Pasqua ,Zenato e Zeni), il consolidato successo del Rosso Conero (diventato da pochissimo Docg) che sfrutta uve sangiovese e montepulciano e ha in Umani Ronchi, Garofoli, Le Terrazze alcuni dei migliori interpreti. Questi sono i vini sui quali si regge oggi l’Italia in cantina.
Certo la crisi dei consumi (ma soprattutto per ragioni di squilibrio nei prezzi e di diminuzione del potere di acquisto) è più evidente per le Denominazioni storiche come Barolo, Barbaresco, Brunello di Montalcino e Chianti fondate sui due vitigni rossi principi del nostro panorama ampelografico: il nebbiolo e il sangiovese grosso di Toscana. Ma a veder bene questi vini riescono a mantenere quotazioni importanti proprio in forza della loro personalità e riconoscibilità. Non si spiegherebbe altrimenti perché Castello d’Ama è stata dichiarata Cantina dell’Anno, perché Biondi Santi come Castello di Fonterutoli rimanga un must internazionale, perché Angelo Gaja è un produttore cult, perché Antinori è una firma mondiale, perché Conterno, Bartolo Mascarello, Giacosa sono ancora considerati dei monumenti dell’enologia mondiale, perché Banfi e Col d’Orcia a Montalcino, Castello di Brolio e Montevertine in Chianti sono cantine che tutto il mondo c’invidia. L’Italia dovrebbe imparare a fare squadra attorno alle cantine simbolo: quelle cantine che hanno prodotto il rinascimento del vino italiano senza scimmiottare alcuni esempi che restano unici come il Sassicaia e guardando al legame con il territorio.
Proprio il Salone del Vino sarà l’esposizione dei territori. A Torino si concentrano le isole di maggiore qualità e si potrà esplorare la vera Italia del vino. Riaffermando una scelta che ha consentito ai francesi e poi a noi di conquistare il primato sui mercati mondiali. Una scelta che è stata snobbata dal Nuovo Mondo vitivinicolo e che invece adesso comincia a farsi strada. Basti pensare che la Suprema Corte degli Stati Uniti ha pronunciato una storica sentenza in base alla quale solo i produttori insediati effettivamente in Napa e Sonoma Valley possono utilizzare quel marchio. E’ una sorta di introduzione delle Doc anche negli Usa e sulla stessa linea si stanno muovendo cileni ed argentini che vogliono iniziare a far comprendere le differenze di terroir dei loro vini. E’ come se il mondo vinicolo fosse attraversato da una immaginaria frontiera: da una parte gli australiani e i neozelandesi che spingono solo sull’equazione vinovitigno, dall’altra l’Europa e i paesi che comunque sono permeati di cultura enoica di stampo europeo che puntano sull’equazione vinoterritorio. Di questo si ragionerà al Salone del Vino in un maxiconvegno che vedrà protagonisti tutti gli assessori regionali e si assaggerà in una degustazione riservata ai vini italiani da vitigno autoctono che significa fortissima identità territoriale del prodotto. Una identità che ha consentito a Sette Ponti di essere inserito con il suo Oreno nella top ten dei vini migliori del mondo, la stessa identità che consente a piccole isole vinicole come la zona del Rosso Piceno di esprimere con cantine come al Ercole Velenosi produzioni straordinarie. La stessa identità che ad esempio un campione di formula uno come Jarno Trulli porta avanti con il suo Podere Castorini dove produce un Montepulciano d’Abruzzo di grande suggestione. Il panorama vitivinicolo nazionale sta dunque rivalutando anche le Denominazioni a torto considerate minori che però marcano con la personalità del territorio i vini:è il caso della zona di Suvereto (Petra e Tua Rita) o delle colline lucchesi e pisane (Tenuta di Valgiano e Tenuta di Ghizzano) in Toscana, è il caso del Ponente ligure, del ritorno del Monferrato con Grignolino e Dolcetto.

Copyright © 2000/2020


Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit


Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2020

Altri articoli