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Affari & Finanza / La Repubblica

Antinori, il vino fa buon reddito
e diventa anche un polo turistico ... Anche il 2013 si è chiuso in crescita per il gruppo Antinori , viticoltori
storici italiani . Con un incremento
delle vendite del 7% il gruppo fiorentino
ha raggiunto i 166 milioni di euro di
fatturato , attestandosi al quarto posto
nella classifica annuale stilata da Mediobanca.
Quarta dopo i colossi della
cooperazione come Cantine Riunite&
Civ e Caviro, e subito dopo la divisione
vini della Campari . Ma il dato di
spicco è che il gruppo Antinori , sempre
secondo Mediobanca, è tra quelli con il
miglior profilo in termini di redditività,
solidità patrimoniale ed efficienza produttiva.
Il gruppo ha saputo mettere insieme
un portafoglio di cantine che
spaziano dalla Toscana all’Umbria, dal
Piemonte alla Puglia , per 1 .800 ettari
totali , più i 540 sparsi nel mondo tra
Usa, Ungheria, e una serie di joint-venture
che l’hanno portata fino a Malta e
in Cile , e persino in Romania, oggi considerata
dagli esperti la nuova frontiera
vitivinicola . Una crescita per acquisizioni
ma secondo una strategia di integrazione e
sinergia che ha messo in moto
in modo esponenziale anche la crescita
organica, la leva più importante.
Arrivata alla 26esima generazione, la
dinastia fiorentina ha varato una riorganizzazione
del controllo del gruppo
capace di assicurare stabilità azionaria
e gestionale, oltre che certezza nelle
successioni : un trust che dura 90 anni.
L’operato del trust passa al vaglio di un
pool composto da Albiera, la figlia maggiore
degli Antinori, Allegra , la seconda
e Alessia, la minore , che ormai da tempo
affiancano il padre Piero e l’amministratore
delegato del gruppo, Renzo
Cotarella, che è anche l ’ enologo storico
che firma le etichette del gruppo: dai
celebri Tignanello e Cervaro della Sala,
fino al più innovativo Fichimori, che
dalle potenti uve Negroamaro ha realizzato
un rosso che si beve freddo.
“Abbiamo avuto 30.000 visitatori paganti
lo scorso anno, e questi primi mesi
del 2014 sono già 15mila, segno che il
trend è in aumento”: Allegra Antinori fa
da cicerone nella nuova cantina al Bargino,
San Casciano Val di Pesa, nel cuore
del Chianti Classico, nell’immensa
struttura che porta la firma di un grande
architetto fiorentino, Marco Casamonti.
Tra tante cattedrali del vino, come
si chiamano le cantine d’autore che
spuntano in tutto il mondo, quella degli Antinori
ha una proprietà che poche
altre cantine possono vantare: la vocazione
ad attrarre persone, ad essere vissuta.
Se si pensa che gli Uffizi sono arrivati
a totalizzare 1,7 milioni di visitatori,
60 mila visitatori stimati per l’anno in
corso per questo “nuovo” polo enoturistico
sono veramente tanti. Inglese,
francese, tedesco, russo: si sente parlare in tutte le lingue in una
giornata di sole
di fine maggio, piena di gente che visita
la barriccaia, la lounge degustazione. Pieno è anche il ristorante: tutti fuori
a rimirarle vigne e il paesaggio, mangiando
toscano alla tavola di “Rinuccio
1180”, in onore di Rinuccio degli Antinori
capostipite della famiglia.
Un progetto altamente innovativo,
ma allo stesso tempo estremamente
radicato nel territorio. La struttura è
sviluppata su cinque piani interrati e in
superficie si vedono solamente i due tagli
laterali sui fianchi della collina, completamente
ricoperta di vigneti. “La
palpebra”, così la chiamano: appena
socchiusa per consentire di scrutare
tutto intorno, ma allo stesso tempo di
preservare l’intimità interna. Una cattedrale
dove si celebra il vino, con pulpiti
post-moderni e bovindi a vetro, sale
di degustazione sospese e a vista,
camminatoi rialzati, volte a botte. Barriccaia,
bottaia, cantina di fermentazione,
uffici, ristorante, bottega, libreria,
auditorium, tutto è interrato, comprese
le strade d’accesso, le aree di parcheggio,
i magazzini.
Ma la cantina è anche un’opera industriale,
è infatti il quartier generale
del gruppo. Qui coltivatori, enologi,
agronomi e amministrativi lavorano
fianco a fianco, unendo capo e coda
della filiera produttiva. Un hub, cuore
logistico del gruppo, dove si imbottiglia,
stipa e smista la fornitura per tutti
i mercati anche quelli esteri. Opera
d’arte in se stessa, ospita a sua volta
opere d’arte, sia antica che contemporanea,
comprese video installazioni,
l’ultimo trend creativo. Un progetto avveniristico
costato più di 100 milioni di
euro.
L’identità con il territorio è sempre
stata una delle leve chiave del successo
del vino italiano, che nonostante la
concorrenza agguerrita dei vini del
nuovo mondo riesce ancora a primeggiare
nell’export. Ma farsi riconoscere
nel mercato globalizzato è sempre più
difficile. La battaglia, che si tratti di uno
scaffale di supermercato o di una enoteca
illustre, infuria. Oggi, poi, di fronte
alla clonazione dei vitigni, come distinguere
un Sangiovese italiano da uno
australiano, uno Zinfandel californiano
da un Primitivo di Manduria?
Il Chianti Classico è il distretto vitivinicolo
più famoso d’Italia, quello che
ha fatto storia sulle tavole del mondo.
Ma era finito ultimamente nel cono
d’ombra divini da supermercato, spesso
venduto a prezzo basso, surclassato
da nuove etichette, più agguerrite, più
innovative. Un bene per la nostra economia,
così ricca di produzione vitivinicola.
Ma il Chianti Classico, che ha
vissuto sugli allori, sta cercando nuove
vie per ridare lustro a quello che resta il
vino più famoso al mondo. Il ritorno dei
Marchesi Antinori nel Consorzio, qualche
anno fa, è stato un segnale di rilancio
per il territorio. Ora, la nuova cantina
diventa il simbolo del Rinascimento
del Chiantishire.

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