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Affari & Finanza / La Repubblica

Romagna alla conquista dei mercati esteri con il Sangiovese l’unione può fare la forza ... Il Sangiovese è così venerato dai romagnoli, che nel 1976 gli hanno persino dedicato una targa sul monte Giove, la collina che ospita il piccolo borgo di Santarcangelo. Siamo a dieci chilometri da Rimini, su quella via Emilia celebrata da Francesco Guccini, in un’area feconda per questo vitigno che oggi vale l’80 per cento della produzione di bottiglie doc del territorio oggi pari a 14 milioni nel 2014.
E grazie a questo prodotto, e ai vini Romagna do, che le cantine locali vogliono aggredire i mercati esteri. Inghilterra e Germania in testa. Del resto in Italia si beve sempre meno. Alcune ce l’hanno fatta come la cooperativa Caviro, che oltre a produrre vini a denominazione, ha dato i natali al Tavernello. E che esporta i suoi vini in oltre 70 paesi del mondo attraverso le grandi catene della distribuzione organizzata, i ristoranti e la rete. Ma per la maggior parte dei produttori, ancora oggi le difficoltà nell’export sono tante.
La concorrenza è agguerrita. E non basta il simbolo del Passatore, una sorta di Robin Hood locale che spicca dalle etichette, per riuscire a scippare quote di mercato a paesi enologicamente emergenti e molto competitivi come il Cile e l’Australia, che stanno riuscendo a inserirsi sia in mercati maturi come quello inglese, sia promettenti come quello cinese. La Romagna poi è penalizzata anch’essa da quel male tipico dell’Italia che è il nanismo delle imprese e che non permette di rispondere alle richieste del mercato, soprattutto della grande distribuzione internazionale, che ha necessità di grosse quantità di prodotto.
Sono oltre 200 i singoli produttori che si occupano dell’imbottigliamento del San Giovese. Poi ci sono quelli che producono Albana, Trebbiano, dando anche vita a etichette di pregio ma destinate al mercato locale, quello fatto di pochi intenditori. Come ha fatto ad esempio una cantina storica, la Celli di Bertinoro, fondata nel 1963 e rinomata per la produzione di Albana docg. Oppure la Tremonti di Imola dei fratelli Davide Vittorio Navacchia, che si è distinta sia per la produzione di Albana, che per quella di San Giovese. O ancora la Fattoria Zerbina di Marzeno, prima azienda a produrre l’Albana, o la Poderi dal Nespoli di Cusercoli.
Le grandi aziende si contano sulle dita delle mani. Tra queste però cene sono di importanti come appunto la cooperative Caviro, che con 12 mila viticoltori e un fatturato di 314 milioni
euro, è una delle più importanti dello Stivale (insieme a Cevico, 130 milioni circa di fattura- to). Produce da sola il 10 per
cento delle uve da vino italiane
e circa la metà di quelle territorio romagnolo.
Ed è la realtà che ha inventato uno dei vini italiani più venduti al mondo, il Tavernello,
ormai in 40 paesi del
mondo e arrivato persino in
Giappone. Uno dei primi vini a essere messo in scatola e che
ha compiuto solo l’anno scorso
30 anni di vita, mantenendosi in ottima forma, tanto che oggi vale il 42 per cento del giro d’affari della cooperativa:
“All’estero a volte ci consideriamo piccoli anche noi”, chiosa il direttore generale Sergio
Dagnino. Secondo lui la Romagna
non deve perdere la sua vocazione
per le grandi rese e non
avrebbe senso “snaturarla con
prodotti di supernicchia”, perché così facendo “non si porterebbe reddito all’agricoltura”.
L’importante secondo Dagnino è che i produttori locali, cerchino di intercettare il gusto dei
consumatori internazionali.
Che è diverso da quello italiano. E anche nel Bel Paese non
vanno più come in passato i vini robusti e impegnativi, oggi si
preferiscono calici pieni di rossi più morbidi, profumati e facili da apprezzare. La sua azienda, che è passata da un fatturato di 247 milioni del 2011 ai 314
milioni del 2014, lo sta facendo. “Questa terra - spiega il direttore - ha una tipologia divini che si presta perfettamente. Molte cantine però devono fare di più e migliorare nella lavorazione delle uve”.
Dal 2000 a oggi comunque tanto è stato già fatto. Sono stati rinnovati molto vigneti, le cantine hanno investito in tecnologia. E oltre al Sangiovese, c’è il Trebbiano (che è utilizzato sia per le etichette Doc, sia come base per altri vini quali gli spumanti tedeschi). E poi si stanno facendo largo altre Doc come i Colli di Imola, di Faenza. L’Albana è l’unico Docg del territorio. C’è chi come Caviro, un team di 51 enologi, ha investito sugli impianti. E ha puntato sul fronte dell’eco-sostenibilità: in sei anni l’azienda ha speso 100 milioni per lo sviluppo di un’economia circolare, e quindi per il recupero di acque, vinaccioli per l’estrazione di sostanze come l’Enocianina, un colorante naturale per uso alimentare. “Ma ancora in Romagna non esiste quella tradizione per il vino che ha il Piemonte o la Toscana”, ammette Giordano Zinzani, presidente del Consorzio Vini di Romagna. Un territorio, che riunisce oltre 100 associati tra produttori, cantine sociali e aziende vinicole.
Le Doc non sono ancora il cuore del business.
Finora il territorio è rimasto sempre quello del vino datavo- la, che come volumi fa la parte dei leone. il vino prodotto in quest’area è pari a 4 milioni di ettolitri, il 55 percento della produzione dell’intera regione che vale circa 387 milioni di euro. E appena 114mila ettolitri sono utilizzati per le Doc.
Tutto il resto del prodotto viene messo in brick, o venduto sfuso, oppure imbottigliato senza denominazione.
Secondo l’associazione Assoenologi, la produzione di vino in tutta l’Emilia Romagna è cresciuta negli ultimi cinque anni del 9 per cento. E dovrebbe crescere ancora del 5 per cento in questo 2015.

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