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Agenzia Italia Press

Vino italiano: è crisi. Gianni Zonin: "Serve un patto sociale tra produttori, distributori, Governo e consumatori per rilanciare il mercato interno e evitare l'aggressione da parte dei competitors" ... La vendemmia 2005 è alle porte, mentre la richiesta della dichiarazione di crisi da parte del Ministero dell'Agricoltura italiano, per far fuori l'eccedenza di vino che ancora intasa qualche cantina, è al vaglio dell'Unione europea.

Ad incrinare il delicatissimo equilibrio di questo particolare momento, è arrivata una staffilata del Cavalier Gianni Zonin, uno dei più grandi imprenditori di vino d'Italia (11 tenute e 1.800 ettari di vigneto).

Nei giorni scorsi, attraverso un'intervista rilasciata a 'WineNews', il Cavaliere aveva delineato uno scenario del settore vinicolo dello Stivale a dir poco raccapricciante. Mercato interno in stallo, prezzi finali troppo elevati, concorrenza spietata, politica fiscale soffocante, sono solo alcuni dei punti toccati da Zonin.

"Il mondo del vino italiano è in pericolo. Se non usciamo in fretta da questa crisi vedo a rischio migliaia di posti di lavoro: in campagna, nelle cantine, nella distribuzione e anche nell'indotto, compreso quello mediatico. Serve un patto sociale tra produttori, distributori, Governo e consumatori per rilanciare il mercato interno e evitare l'aggressione da parte dei competitors. Le leve sono la fiscalità (ridurre l'Iva), la moderazione sui prezzi finali, l'informazione e il sostegno d'immagine" ha dichiarato l'imprenditore.

Dare una bella scossa al settore insomma, a partire da un segnale forte del Ministero dell'Agricoltura. "Si parla di un modesto rimbalzo dei consumi, ma la realtà è che i prezzi dell'uva sono in forte caduta, che in quattro anni il consumo di vino si è contratto dell'11 per cento, che il 70% dei ristoranti denuncia un calo di fatturato, che nonostante la ripresa in Usa e in Gran Bretagna abbiamo perso in quantità e valore dell'export, che l'attenzione per il vino è scemata", ha aggiunto Zonin.

"Inoltre mi chiedo per quanto tempo ancora riusciremo a contenere la pressione dei grandi colossi stranieri sul mercato interno. La situazione è ancora recuperabile, anche se in extremis. Bisogna però agire in fretta: serve un patto di concertazione, sollecitato e coordinato dal Ministero delle Politiche Agricole, perché da soli i singoli attori del vino non riusciranno ad invertire la tendenza. Deve essere chiaro a tutti che il sistema vino non è marginale nell'economia. E', e resta, il principale settore dell'agroalimentare, sinergico al sostegno di tutto il made in Italy sui mercati internazionali", ha concluso il Cavaliere.

Bisogna sottolineare che i pronostici per la produzione sono ottimistici. Come anticipato agli inizi dell'estate, anche se è in calo la quantità (circa un 10-15% in meno rispetto al 2004), la qualità è superiore: è il parere ottimistico di alcuni fra gli enologi più famosi del Belpaese . A patto, però, che le condizioni meteorologiche di settembre riescano a stabilizzarsi sul bel tempo, continuando la tendenza che ha caratterizzato gli ultimi giorni.

La qualità delle uve sarà migliore di quella del 2004 grazie al caldo intenso del periodo di giugno-luglio, inoltre la buona scorta d'acqua accumulata nel terreno per le copiose piogge, primaverili e invernali, ha mantenuto le viti in piena forma anche nei momenti di maggiore caldo, assicurando, così, ai vini futuri complessità aromatiche e grande eleganza.

"Siamo il principale esportatore e, a seconda delle annate, il primo o secondo produttore mondiale nel settore" afferma Pierpaolo Penco, docente del master in Wine Business alla MIB School of Management di Trieste.

Ma non è fuori luogo parlare di crisi. La frattura tra istituzioni e settore enologico è effettiva e sempre più accentuata: da un lato la campagna contro il vino da parte della Commissione Affari Costituzionali, dall'altro la campagna contro le denominazioni di origine da parte dell'Unione europea.

"Le problematiche principali - sostiene Zonin - sono tre: l'impoverimento degli italiani, che determina un sensibile calo dei consumi; l'euro, che ha determinato un effettivo gonfiarsi dei prezzi; e infine, se il 2002 e il 2003, con una produzione scarsa, hanno determinato una situazione di mercato equilibrata, quest'anno e il precedente, con una produzione normale, hanno fatto sì che alcune cantine non sapessero più che farsene delle scorte in eccesso. Questo ha determinato la richiesta del Governo a Bruxelles per la distillazione di crisi, che ancora non ha visto nessuno".

Una questione, dunque, più che altro logistica, a livello distributivo, per non parlare degli attriti che a diversi livelli e da diverso tempo vanno contro la produzione e la filiera, come la produzione dei Paesi del Nuovo Mondo di vini a denominazione europea.

"Bisogna distinguere tra due tipi di concorrenza - sottolinea Penco -: concorrenza storica, come quella di Francia e Spagna, e concorrenza dei Paesi del Nuovo Mondo".

"Se le esportazioni di vino italiano negli States hanno attraversato una leggera crisi nel 2004, nei primi mesi del 2005 si è verificata una discreta ripresa - dichiara poi Vincenzo Giampaolo dell'Italian Wine e Food Institute di New York -. Il vino italiano è considerato di altissimo livello, da oltre 30 anni siamo il principale esportatore negli USA. Tuttavia, oggi la produzione italiana deve vedersela con la nuova concorrenza soprattutto australiana, che produce vini a denominazione europea ma di produzione locale, in quantità maggiore e a prezzi minori".

Lo stesso Zonin argomenta che "i produttori del Nuovo Mondo sono una realtà dalla quale non si torna indietro. C'è forte pressione dall'Australia, dal Cile, dall'Argentina e dagli USA".

Ma, secondo Zonin, la soluzione non è un protezionismo estremo, anacronistico e fuori luogo: "Bisogna essere elastici, cooperare, deve esserci maggiore coesione tra i produttori".

Come conferma Penco, che afferma: "Va bene porsi il problema, ma non è il caso di innalzare delle barriere".

Si trova d'accordo anche Giancarlo Lamio, Responsabile dell'Istituto per il Commercio Estero (ICE) di Santiago del Cile, che dice: "I vini cileni in Europa e Italia sono abbastanza di casa, dai supermercati ai ristoranti mentre non mi sembra si verifichi il contrario".

Ma Lamio pone l'accento su un fatto, e cioé che "produzione italiana e cilena possano convivere . Infatti i produttori cileni non si vedono concorrenti dei produttori europei, ma degli altri produttori del nuovo mondo, con una produzione e una filiera simili alla loro".

Sul problema distributivo dell'Italia, è molto chiaro Penco: "Bisogna incentivare le aziende italiane alla crescita, non solo dimensionale, ma attraverso iniziative concrete a livello comunitario. Nella classifica dei grandi distributori, l'Italia è solo al ventesimo posto".

Il Cavaliere propone due soluzioni per la sopravvivenza del settore: "da una parte il Governo deve ridurre l'IVA, il vino è l'unico prodotto agroalimentare tassato al 20%. D'altro canto bisogna incrementare l'informazione sugli effetti benefici di un consumo moderato di vino".

A questo proposito, Zonin sostiene che "i produttori dovrebbero attivarsi attraverso un'autotassazione" per finanziare una campagna in questo senso.

Ma una riduzione dell'IVA, come dichiara Penco "potrebbe aiutare sul medio-berve periodo, ma sul lungo servirebbe qualcosa di più strutturale, magari una razionalizzazione su due fronti: dall'alto, le Istituzioni devono avere un ruolo forte. Ma anche i produttori, da parte loro, potrebbero iniziare presentandosi maggiormente coesi".

Zonin lamenta infine che nessuno sembra dargli manforte nel fornire possibili soluzioni. Un'interessante prospettiva sullo scenario dei prossimi anni arriva però da Penco, che dice "in futuro avverrà probabilmente una diversificazione in tre tipi di aziende: realtà piccolissime, artigiane, che punteranno sul carattere elitario dei propri prodotti, aziende molto grandi che punteranno sul rapporto qualità/prezzo, e aziende moderne che dovranno adeguarsi ai nuovi metodi di distribuzione per avere un peso nei confronti dei nuovi concorrenti.

L'importante sarà porre maggiore attenzione al cliente finale e formare figure professionali più diversificate e specializzate".

Secondo Lamio invece, "non potremo mai competere sulla quantità. Possiamo semmai contare sulla maggiore diversificazione della nostra offerta e sulla creazione di una 'nicchia di eccellenza'".

Punti di vista non sempre concordanti, ma che rivelano come, anche nel settore vinicolo, l'Italia debba adeguarsi, e in fretta, alle leggi di un mercato diverso e in continuo cambiamento, magari rinunciando ad alcune prerogative e all'orgoglio della tradizione per evitare di soccombere.

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