Il caporalato non può essere più considerato un problema emergenziale. Anzi, si tratta di un fenomeno strutturale del comparto agroalimentare in tutto il territorio nazionale, un sistema criminale che fornisce in maniera distorta un servizio alle esigenze del contesto agricolo e che nasce dalla carenza di organizzazione su tre aspetti fondamentali per il lavoro nei campi: la disponibilità di alloggi, il trasporto collettivo e il collocamento legale di manodopera. Con il risultato che i lavoratori più fragili muoiono sull’altare del prezzo basso alla vendita, ma quando il prezzo è così basso, vuol dire che i consumatori non stanno pagando il prodotto, ma le spese di trasporto e gestione della Gdo. Paradossalmente l’aumento del costo alla vendita dei prodotti alimentari non ha fatto altro, infatti, che aumentare il divario tra i cittadini che pagano un prezzo alto e i lavoratori che ricevono una remunerazione sempre più bassa. Tutti i cittadini hanno diritto ad accedere a un cibo di qualità e se gli stipendi in Italia non consentono a tutte e tutti di nutrirsi adeguatamente, allora il problema sono le pensioni e gli stipendi troppo bassi. Messaggio di sintesi che arriva da “Buono e Bio in Festa”, nei giorni scorsi, all’Orto Botanico di Roma, promossa dall’Assessorato all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, FederBio e Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-Fao, all’indomani della manifestazione organizzata dai sindacati in risposta all’episodio dell’uccisione dei quattro lavoratori migranti ad Amendolara.
“Quanto accaduto ad Amendolara non può essere considerato un fatto isolato o un’eccezione. È purtroppo l’estrema conseguenza di un sistema che strutturalmente non è né buono, né pulito, né giusto - ha commentato Barbara Nappini, presidente Slow Food Italia - è importante stigmatizzare il fatto che ci sono aree in questo Paese, oltre che nella produzione alimentare, in cui non esiste lo Stato ed è fondamentale compiere delle rotture rispetto al valore e al prezzo del cibo. In fondo queste persone, che non sono né silenziose né invisibili, sono schiavi moderni sacrificati all’altare del profitto e del prezzo basso alla vendita. E su questo bisogna intervenire”. Del resto la battaglia sul caporalato era una delle più sentite e tema carissimo a Carlo Petrini, fondatore della Chiocciola, e sul quale spesso si era confrontato anche con WineNews. Già nel 2015, in questa intervista, Carlin ci diceva che va “denunciato immediatamente, nessuno può ritenersi immune e scaricare il barile. Sarò uno dei più acerrimi nemici di tutti coloro che contribuiscono a questa forma di sfruttamento”. E senza fare sconti neanche alle sue Langhe del vino come in questa intervista del 2024, in cui, parlando anche di caporalato, esortava: “basta abbattere i costi del cibo se vogliamo mantenere la qualità della vita e la giustizia sociale”, riferendosi anche a quelli che per produrre cibo lavorano, spesso in condizioni inaccettabili. O come nella nostra ultima chiacchierata a tu per tu, a febbraio a Bologna, alla Slow Wine Fair 2026, dove affermava: “giusto, oggi in agricoltura, è avere rispetto per tutti i lavoratori della filiera. Ognuno deve avere la sua dignità, riconosciuta, e non deve essere sottovalutato. Nello stesso tempo in carenza di alcune parti di questa filiera che vanno in sofferenza per mancanza di materiale umano dobbiamo guardare con fiducia nella potenzialità dell’immigrazione nel garantirci ricambio generazionale. Ma bisogna avere attenzione verso questa umanità”.
Tra i temi del panel “La giustizia nella filiera agroalimentare” - in un dibattito in cui si sono succeduti negli interventi Camilla Laureti, europarlamentare e rapporteur del Parlamento Europeo sul regolamento biologico, Fabio Ciconte, presidente Consiglio del Cibo Roma Capitale, president Terra!, Yvan Sagnet, presidente Associazione No Cap, Salvatore Stingo, presidente Cooperativa Sociale Agricoltura Capodarco e co-coordinatore Tavolo “Economie solidali e servizi di comunità” Consiglio del Cibo Roma Capitale, Fabio Brescacin, presidente NaturaSì, Gennaro Giudetti, operatore Onunei territori di Gaza - è emerso, però, anche il problema legislativo. È stata, perciò, rimarcata la necessità di aumentare i controlli per far sì che vengano rispettate le regole contenute nella Legge sul caporalato 199/2016, applicando l’indice di coerenza, che permette di controllare la congruità tra quanto è grande l’azienda agricola, quanto produce e quante ore lavoro sono necessarie. Ma anche che a non funzionare sia anche il Decreto Flussi con la Legge Bossi-Fini accusata di produrre irregolarità e determinare condizioni di ricatto dei lavoratori. Sottolineando, inoltre, che promuovere filiere più eque significa riconoscere anche il giusto valore del cibo, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce nel rispetto dei diritti e dell’ambiente e offrendo ai consumatori strumenti di scelta più consapevoli. In questo senso, è arrivato un richiamo al ruolo che l’agricoltura biologica svolge, con progetti avanzati come quello di NaturaSì sulla trasparenza dei prezzi al consumo, prerequisito per il coinvolgimento dei cittadini nella costruzione di sistemi alimentari più sostenibili e giusti.
“Per il biologico l’obiettivo fondamentale per una giustizia nella filiera agroalimentare è il giusto prezzo, perché in questi ultimi anni il prezzo del cibo ai cittadini è aumentato molto - ha spiegato Maria Grazia Mammuccini, presidente FederBio- contemporaneamente invece il prezzo dei prodotti agricoli all’agricoltore è diminuito. E questo favorisce l’abbandono delle campagne perché gli agricoltori non ce la fanno con i costi di produzione e la riduzione del prezzo e soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni favoriscono fenomeni di caporalato che hanno raggiunto un livello di orrore criminale come quello che abbiamo visto ad Amendolara in questi giorni. L’obiettivo del giusto prezzo è un elemento strategico per tenere insieme giustizia ambientale e giustizia sociale ed è una priorità assoluta per il cibo buono, pulito e giusto”.
Il caporalato continua a rappresentare una delle principali forme di sfruttamento presenti nelle filiere agroalimentari italiane. Secondo l’ultimo “Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai Cgil”, edizione n. 7, nel comparto agricolo ci sono 200.000 lavoratori irregolari, pari al 30% della forza lavoro dipendente, e operano sotto sfruttamento e in nero in un settore che vale 73,5 miliardi di euro, dove i reati e gli illeciti amministrativi sono aumentati del 9,1% nel 2023 sul 2022, e nel quale tra le categorie più esposte figurano le donne: il rapporto stima in 50.000 le lavoratrici coinvolte in situazioni di vulnerabilità e sfruttamento, spesso caratterizzate da salari inferiori a quelli previsti dai contratti, precarietà occupazionale e limitato accesso alle tutele sociali.
E accanto a queste forme più note, le ricerche più recenti mostrano come lo sfruttamento agricolo stia cambiando volto. Il rapporto “Gli ingredienti del caporalato”, realizzato dall’associazione Terra!, documenta, per esempio, casi di sfruttamento nelle filiere agricole di Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia dove il caporalato tende a manifestarsi attraverso strutture formalmente regolari, come cooperative, società di servizi, subappalti e altre forme di intermediazione, che rendono lo sfruttamento meno visibile ma non per questo meno diffuso.
Ma è anche la pressione sui prezzi lungo la filiera, gli squilibri nei rapporti di forza tra produzione e distribuzione, la frammentazione del sistema agricolo e la vulnerabilità della manodopera migrante a favorire il ricorso a forme di lavoro irregolare. Per questo il caporalato non riguarda soltanto la tutela dei lavoratori, ma anche il funzionamento complessivo del sistema alimentare.
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