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Corriere della Sera

Quel vino che nasce dalla roccia … Un dentista napoletano e la moglie recuperano il vigneto dei Borboni a Ponza. Muretti a secco e grotte trasformate in cantine. Una grande scritta come quella di Hollywood tra le piante: “Utopia”. Con i versi di un poeta-vignaiolo sull’isola “in cui tutto è viaggio e mistero”... L’isola in cui le grotte si chiamano cantine, le vigne sono dedicate all’utopia e il vino esce dalla roccia. Duecento metri sopra il mare, gli asini Gennariello e Tito percorrono i sentieri accanto a piante secolari: qui è rinato il vino di Ponza. Su terreni in parte incolti, delimitati da muretti a secco in equilibrio magico, Emanuele Vittorio, dentista napoletano, 80 anni a dicembre, con la moglie Luciana Sabino ha riaperto le Antiche Cantine Migliaccio. Ha l’agilità di un ragazzo. Per raggiungere il vigneto, la barca punta verso le rocce, a poca distanza da Chiaia di Luna. Non ci sono approdi, con un salto Emanuele è a terra, poi si toglie i sandali e a piedi nudi scala la collina, tra gli arbusti, in un percorso così ripido che servono le funi per reggersi. La moglie lo segue senza fermarsi. Fino all’incanto, sulla sommità, dove c’è la cantina-grotta, tra il verde fitto dei vigneti sulla distesa turchese increspata dalle onde. Da lì si vede una casa rosa con un bandiera italiana: è quella del poeta Antonio De Luca, l’autore di “Nemesi mediterranea”. Un piccolo vignaiolo, sua la scritta “Utopia” tra le vigne, ricorda quella sulla collina di Hollywood. In questa casa, senza acqua, gas e luce, piena di oggetti recuperati dal mare e dedicati a Fernando Pessoa, ha scritto “Vino di salmastro”: “Qui il viaggiatore pellegrino è spoglio / beve vino rosso di cantina sul mare / un’isola ci vuole se non altro / perché sempre si ritorna / e tutto si fa viaggio e mistero”. “Mio padre - racconta Emanuele - era un confinato politico: venne arrestato e trasferito a Ponza a 16 anni, per aver issato una bandiera rossa sul ponte della Sanità a Napoli. Mio nonno Benedetto Migliacco aveva un terreno a Punta Fieno. Era quello che i Borboni nel Settecento assegnarono a Pietro Migliaccio. L’unico della zona già vitato. Sono arrivato a Ponza da bambino, sfollato da Napoli, perché ci bombardarono la casa. Si usava ancora il lume a petrolio. Eravamo fuori dal mondo, le radio erano una rarità. Alla fine il terreno del Fieno è toccato a me, una striscia di 2.500 metri con Biancolella, Forastera, Guarnaccia, Aglianico e Piedirosso, a volte confusi tra loro. Quando è morto il contadino che lo gestiva, vent’anni fa, ho deciso di provare a fare il vino: 300 litri. Ci siamo appassionati, abbiamo iniziato ad acquistare i terreni abbandonati vicino al nostro e alla fine abbiamo creato un vigneto di più di due ettari (abbiamo altri terreni nella cantina vicina al paese)”. L’enologo Vincenzo Mercurio armeggia con una sorta di joystick: comanda un drone che proietta sul video le immagini della collina, con i pochi contadini dai soprannomi evocativi (“Spaccamontagna”) e dai nomi fieri (Liberato) che si arrampicano tra la scogliera e la grande quercia di Punta Fieno. “Un lavoro durissimo - racconta Emanuele - Il luogo inaccessibile costringe a mettere a punto attrezzi su misura, costruendoli sul posto. L’attività è quasi interamente manuale. Difendiamo queste piante antiche e nuove: poco tempo fa c’è stata una invasione di conigli, che hanno mangiato 300 barbatelle. Poi le capre, con passaggi distruttivi. Ci siamo difesi con la reti da pesca. Adesso abbiamo recintato la zona”. La vendemmia è una festa che richiama un centinaio di persone, gli amici della famiglia Vittorio. Tocca agli asini Gennariello e Tito, e a una teleferica, trasportare il mosto dal Fieno al mare, su una barca che raggiunge il porto, da dove il carico viene trasferito in cantina. In tutto diecimila bottiglie . Il Biancolella 2017 profuma di ginestre e agrumi: è puro succo di roccia di Punta Fieno, come si legge sull’etichetta su cui campeggia un portolano. Quello che ci ha più colpito è l’altro bianco, il Fieno di Ponza 2017, a base di Biancolella e Forastera: ti porta dentro il sole, un’onda sapida di profumi mediterranei, come quando si è investiti dal finocchio marino salendo verso il podere La versione rosata del Fieno di Ponza, color corallo, gioca la sua partita, quella rossa ha un guizzo in più. Vini di salmastro, di un’isola “in cui tutto si fa viaggio e mistero”.

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