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Corriere della Sera

Non chiamatela “Barolo girl” … Giulia Negri, classe 1991, nel punto più alto della denominazione delle Langhe produce tre bottiglie di cui va molto fiera. “Se sei donna e giovane, in Italia ti prendono meno serio allora dico: parliamo di qualità e di risultati”… “Vorrei parlare di vino, non del fatto che sono donna o che sono giovane. Vorrei parlare di qualità e di risultati, altrimenti ci autoghettizziamo”. Giulia Negri fa questa premessa. E poi in effetti parla di vino, del suo vino. Il Barolo, anzi i tre Baroli, che dal 2015 produce nel punto più alto della denominazione delle Langhe (450-530 metri di quota), il bricco Serradenari, una proprietà storica della sua famiglia che però ha cominciato a essere una vera e propria azienda vinicola solo con suo padre Giovanni, ex segretario del Partito Radicale, scrittore e giornalista. “Siamo vignaioli da una generazione e mezzo —scherza Giulia —. Non da 150 anni come spesso si dice. E questo cambia, perché abbiamo dovuto fare tutto da capo: gli impianti delle vigne, la scelta dei terreni, la comprensione di quello che avevamo davanti. La cantina nuova che funziona per gravità, per esempio, è arrivata solo quest’anno. E sulle spalle abbiamo il peso di tanti investimenti: è una bella sfida. Del resto io ho scelto di fare vino proprio perché ho capito che è l’unica cosa al mondo che non mi annoierà mai”. Classe 1991, nata a Palermo, cresciuta a Roma, trasferita a Milano per studiare alla Bocconi, una carriera avviata nei fondi di investimento in nuove tecnologie e ricerca medica. Tutto avrebbe immaginato tranne che di diventare vignaiola. “Ho lasciato un lavoro che amavo per uno che amo ancora di più — racconta —. Era il 2013 e sono stata folgorata durante un viaggio in Borgogna. Ho bevuto un Domaine du Comte Liger-Belair Aux Reignots 2007 e ho capito che fare vino non equivale solo a fare un prodotto, ma un qualcosa di vivo, grande, emozionante, legato alla natura. È come se i tasselli di ciò in cui avevo sempre creduto — una specie di spiritualità che attraversa le cose —andassero finalmente a posto”. E quindi, a 24 anni, il cambio vita: “Sono tornata a Serradenari, d’inverno andavo in Cile a vendemmiare. Ho studiato tantissimo e soprattutto ho bussato alle porte di tutti i barolisti langaroli. Che, devo dire, hanno visto la passione nei miei occhi e mi hanno aiutato molto”. A darle più filo da torcere è stato il mercato italiano: “Come in tutti i settori, se sei donna e giovane ti prendono meno sul serio. Ma una volta capito che si potevano fidare, non ho più avuto problemi”. Oggi Marassio, Serradenari e La Tartufaia, i tre Baroli nati con lei nel 2015, arrivano in tutto il mondo. Fermentazione spontanea, riposo in botti grandi di rovere austriaco, in un mix di stile tradizionale (per le botti) e “garagista” (per i numeri, piccoli: Negri produce in tutto 5o mila bottiglie), il soprarthome di “Barologirl”. Che ora, però, le sta stretto: “Faccio semplicemente il vino di Serradenari, un bricco circondato dal bosco”.

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