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Corriere della Sera

Vino al sapor bianco … Il “Tesoro enologico” del Friuli Venezia Giulia… Un giorno di ottobre di 22 anni fa, Luigi Veronelli volò a Las Vegas. Nel suo bagaglio c’erano sei vini del Friuli Venezia Giulia. “Li ho portati in prima classe —raccontò — perché i vini, come gli uomini, non soffrono se viaggiano bene”. Il critico enologico doveva batterli all’asta “nella pubblica piazza” il primo novembre 2000, su incarico della Regione. Sulla scelta delle etichette ci fu una lunga battaglia, tra produttori e Consorzi, “in una situazione quasi israelo-palestinese”, scrisse Veronelli. Alla fine approdarono negli Stati Uniti 4 bianchi: la Ribolla gialla 1997 di Josko Gravner (“m’ha capovolto”), lo Studio di Bianco 1996 di Manferrari (Mi ha memorato La pioggia nel pineto di D’Annunzio), il Braide Alte 1998 di Livon e il Picolit 1998 di Marco Felluga (“ch’io amo quale contadino, il massimo degli elogi”). La vastità dei bianchi, così radicata da generare il conflitto veronelliano per l’asta di Las Vegas, è il tema di questa edizione di Ein Prosit. I bianchi sono il tesoro enologico della regione. Fu proprio Veronelli tra i primi ad affermarlo, elogiando i contadini. Come Livio Felluga, che dopo la Seconda guerra mondiale iniziò a restaurare i vecchi vigneti di Rosazzo, mentre la campagna si stava spopolando e una generazione di contadini si trasferiva nelle zone industriali e nei cantieri nautici. Le straordinarie proprietà della ponca, il terreno del Collo con mania e arenaria, hanno trasformato i bianchi in un caposaldo del made in Italy enologico. Con una longevità che Veronelli intuì subito (ne scrisse proprio sul Corriere della Sera, nel 2001, sorpreso da un Tocai in perfetta forma dopo i8 anni). Da allora molto è cambiato: è arrivata l’ondata del Prosecco, la Doc interregionale più vasta, seguita dalla Delle Venezie con il Pinot grigio e da Lison Pramaggiore. Le Doc e le Docg sono Colli Orientali, Grave, Collio, Isonzo, Annia, Aquileia, Latisana, Colli Orientali Picolit, Ramandolo, Carso, Rosazzo. La prima Docg è stata Ramandolo nel 2001, un iter durato 20 anni, a colpi di ricorsi al Tar. Se i blend bianchi hanno conquistato nuova fama (con rotondi Sauvignon o fruttati Chardonnay), gli autoctoni hanno confermato la loro solidità. Dalla Ribolla Gialla che ha mostrato valore anche in versione spumante, all’amichevole Tocai, chiamato ora Friulano, un nome imposto dall’Europa. Fino alla dolcezza poetica di Verduzzo e Picolit e al calore carsico della Vitovska. La strada, dopo aver conquistato il primato sui bianchi, è di aumentare l’identità territoriale, come stanno facendo molti piccoli produttori. E di valorizzare le radici storiche. Che crescono robuste dal secondo secolo a C., quando il Senato romano inviò in Friuli Venezia Giulia quindicimila coloni. Piantarono così tante viti che Aquileia diventò la Borsa del vino dell’epoca, badando ai commerci tra l’attuale Italia e il Nord Europa. Più tardi, nel 1787, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria ordinò di censire tutti i vigneti friulani: voleva classificarli per qualità. La mappa dei cm era troppo all’avanguardia e l’imperatrice non riuscì a far completare l’opera. Agli austriaci piaceva molto il Picolit. Il conte Fabio Asquini, nel 700, lo fece conoscere ai nobili europei: un vino raro. La Serenissima era grande consumatrice — e lo sono ancora gli eredi — di visi dal Friuli Venezia Giulia. Ribolla e Malvasia soprattutto. Più di 22 mila ettari di viti. Da Trieste a Pordenone, il bicchiere di vino, il tai (o tajut) come si chiama qui, è socialità diffusa e abitudine quotidiana. Un gesto semplice, come lo descrive Pier Paolo Pasolini in Sogno di una cosa: “Un entusiasmo, un calore che rendeva bella qualsiasi cosa: l’idea di andare a bere un bicchiere, la più comune che si potesse avere in quel momento, gli parve stupenda”. Forse sarebbe piaciuta anche a Pasolini l’idea di quel vino quotidiano che finisce con Verone,lli in un’asta a Las Vegas.

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