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Corriere della Sera

Monsanto alla sbarra. La lotta del giardiniere commuove l’America … L’accusa: “Il diserbante dell’azienda è cancerogeno”... Seduto al banco dei testimoni si tormenta le mani, ma la voce è ferma: “Mi batterò fino all’ultimo respiro”. DeWayne “Lee” Johnson ha 46 anni, una famiglia, e un cancro alla pelle in fase terminale. Ha deciso di usare tutte le forze che gli restano nella battaglia contro la Monsanto, che ritiene responsabile di avergli tolto il diritto a vedere crescere i due figli, 10 e 13 anni. Primo tra migliaia di querelanti, timido Davide contro il Golia dell’agrochimica, è riuscito a portare il caso a giudizio a San Francisco, in un processo cominciato quattro settimane fa e teso a dimostrare che a farlo ammalare è stato il glifosato contenuto nel Roundup, un diserbante che ogni anno frutta alla Monsanto 4 miliardi di introiti: dal giorno del suo lancio “miracoloso” - era la metà degli anni 70 - ne sono state spruzzate 9,4 milioni di tonnellate su raccolti e prati di tutto il mondo. Con quell’erbicida e il prodotto “fratello” Ranger Pro, “Lee” irrorava gli spazi esterni delle scuole di cui era custode e giardiniere a Benicia, nella baia di San Francisco, per proteggere i campi da gioco dalle erbacce. Oggi il pensiero di poter aver fatto del male ai bambini è un peso in più nel suo calvario: “Se l’avessi saputo non l’avrei mai sparso attorno alle scuole”. È i1 2014 quando scopre delle macchie sulla pelle: i medici diagnosticano in fretta un linfoma non-Hodgkin. “Piangeva soprattutto la notte, quando pensava che io dormissi”, ha raccontato commossa la moglie Araceli, una infermiera che lavora 14 ore al giorno per pagare le fatture, dividendosi tra una scuola e una casa di riposo. “È terribile quando non puoi prenderti cura della tua famiglia”, ha aggiunto lui, la testa rasata, un po’ di barba, il viso in parte risparmiato dalle tremende lesioni che gli hanno invaso il corpo e che la giuria ha potuto esaminare in foto. Johnson ha raccontato di aver chiamato due volte il numero verde della Monsanto per informarsi di eventuali rischi dopo essersi inzuppato di erbicida per un malfunzionamento dell’innaffiatore, e di essersi sentito promettere, invano, che l’avrebbero richiamato. È il suo datore di lavoro, informato della malattia, ad aprirgli gli occhi e a spingerlo alla denuncia: “Generalmente passano due anni per prendersi un cancro con quei prodotti”, gli dice. La Monsanto - hanno cercato di dimostrare i legali dell’accusa - avrebbe deliberatamente silenziato il dibattito sui pericoli del glifosato. Lo dimostrerebbero anche le mail interne all’azienda, dove si legge di tentativi di insabbiare studi scientifici sfavorevoli e promuoverne, persino aiutando a scriverli, altri “assolutori”, secondo un copione che ricorda le manovre di “Big Tobacco” per nascondere i rischi delle sigarette. La complessità del processo sta però nel fatto che la pericolosità dell’agente chimico è ancora oggetto di diatribe scientifiche: nel 2015 l’Organizzazione mondiale della Sanità l’ha classificato come “probabile cancerogeno” per gli esseri umani, ma né l’Epa, l’Organizzazione americana per la protezione dell’ambiente, né le agenzie europee per la sicurezza degli alimenti e per i prodotti chimici hanno offerto pareri simili. “Sono i fatti, non i sentimenti, che devono guidarci”, ha detto uno degli avvocati della Monsanto. DeWayne chiede alcuni milioni di dollari in danni e il sollievo di andarsene avendo ottenuto giustizia. Qualunque cosa decida la giuria, riunita da mercoledì, aprirà la strada a migliaia di altri processi contro l’azienda, dalla California all’Arizona al Nebraska. Nel frattempo la Monsanto è stata acquistata per oltre 60 miliardi di dollari dalla tedesca Bayer, che sta pensando di cambiarle nome.

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